LUIGI PIRANDELLO.
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LA RAGIONE DEGLI ALTRI.
COMMEDIA IN TRE ATTI.
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1921. Fratelli Treves Edotori. MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Livia ha scoperto la relazione che il marito Leonardo, giornalista dalla vita concitata e sfrenata, ha con Elena e come da questo rapporto sia nata una figlia. Leonardo dovrebbe andare a vivere con l'amante ma si accorge di non amarla pi rimanendo, invece, molto attaccato alla bambina nata dalla relazione.
Livia non reagisce di fronte all'infedelt evidente di Leonardo che una sera non torna pi a casa perch si rende conto che Leonardo non pu abbandonare la bambina e in un certo modo lo giustifica.
Livia e il marito a poco a poco si riconciliano e, anche perch dal loro matrimonio non sono nati figli, pensano di prendere con loro la bambina nata dalla relazione di Leonardo che non dovr pi dividersi tra due famiglie.
In fondo Livia e Leonardo sono simili: lui  un egoista che per soddisfare la sua concezione della famiglia impone a Elena, che pure ha amato, di rinunciare alla figlia, l'unico affetto che le  rimasto, e Livia che, pur sentendo di violare norme morali, si adatta alla situazione, mette da parte ogni considerazione, ottenendo quello che veramente vuole: che il marito, cio, torni da lei.
Elena, naturalmente, reagisce al tentativo di portarle via la bambina ma alla fine viene convinta che questo sar fatto per il bene della figlia che potr crescere in una ricca famiglia, che in questo modo non ci saranno scandali e ognuno conserver la sua rispettabilit sociale.
L'amore materno di Elena ha cos una doppia valenza: da un lato, materialmente, per le ragioni del sangue, la rende un tutt'uno con la figlia, ma dall'altro, lo stesso sentimento materno la spinge a sacrificare contro natura s stessa, la sua maternit per il bene della figlia, rassegnandosi cos a subire la ragione degli altri.
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LA RAGIONE DEGLI ALTRI.
Personaggi:
Livia Arciani.
Elena Orgera.
Leonardo Arciani.
Guglielmo Groa.
Cesare D'Albis.
Ducci.
Un Uscere.
Una Cameriera.
Un Tipografo.
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Lettera alla protagonista: Signora LIVIA ARCIANI.
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Cara Signora,
mi dispiace dirvelo, ma voi non fate in questa commedia una bella figura. E forse nessuna prima attrice di ruolo che si rispetti, vi avverr di trovare, che voglia assumersi di rappresentare nella commedia la vostra parte.
Voi non siete soltanto una povera moglie sterile: oltre il bene, il conforto, il presidio dei figliuoli, tante altre cose vi mancano: la grazia, fors'anche la bellezza; e, quanto a maniere  lasciatemelo dire francamente  cos povera siete, che dovreste soltanto vivervene appartata e schiva nell'ombra e nel silenzio del vostro irrimediabile dolore. Ma, a un certo punto, ecco che vi forzano, signora, a parlare, ad agire, a far valere le vostre ragioni e il vostro lungo tormento. Che ne segue? Ahim, il torto pi imperdonabile: ve lo dico sillabando: non sapete fare una scena!
Siamo giusti: potete pretendere sul serio che una qualche prima attrice di ruolo che si rispetti, si assuma di rappresentar nella commedia la vostra parte?
Una sola volta, nel terzo atto, ma pure con cos evidente sforzo, prendendo tutto il vostro coraggio a due mani, vi provate a fare una scena capitale, una scena nella quale, come spesso avviene a chi per tanto tempo si sia imposto di soffrire in silenzio, non riuscite in prima a trovare alla vostra voce un tono che sembri giusto a voi stessa, e poi alla fine lasciate prorompere quasi farneticando lo strazio cos a lungo compresso.
S: questo non sarebbe male: ma vi accade allora, cara signora, la peggior disgrazia che si potrebbe immaginare (sempre in riferimento a quella tale prima attrice di ruolo che si rispetti, la quale dovrebbe assumersi di rappresentar nella commedia la vostra parte); la disgrazia, voglio dire, d'esser cacciata via sul pi bello da vostro marito, in presenza della sua amante. Vi par poco?
Ah, voi ve ne andate via diritta, lo so, e pi alta e pi nobile di prima; e il vostro spirito, se non pi la vostra persona, sguita s a dominare e a imporsi sulla scena sino alla fine dell'atto, pi che se voi foste presente, e trionfate voi, voi soltanto in ultimo, s; ma il fatto  che, a met o poco pi oltre di quest'ultimo atto, voi ve n'andate via e non comparite pi sulla scena.
Pu una prima attrice di ruolo che si rispetti tollerare una cosa simile, massimamente quando sulla scena resta invece quell'altra, l'amante di vostro marito, che ha una bella parte facile e di sicuro effetto: la parte d'una madre a cui voi, cara signora, avreste voluto togliere la figliuola; una povera madre che se la lascia poi portar via da vostro marito, la figliuola, alla fine, e resta l, sola sulla scena, davanti al giocattolo della bimba che non c' pi: quella campagnina stesa sulla tavola, con gli alberetti e le pecorelle e il pastore e il cane; e che poi s'accorge d'aver tra le mani il cappellino di lei e rompe in singhiozzi disperati e cala la tela?
Ah, signora mia, di fronte a una parte come questa, e proprio al finale dell'atto e della commedia, ma nessuna prima attrice di ruolo che si rispetti, credetelo, pu pi esitare: butta via la vostra parte e prende questa!
La protagonista siete voi? Non importa, cara signora. Sar verissimo che tutto ci che avviene nei tre atti, avviene soltanto per il vostro particolar modo di pensare e di sentire; che quel che c' di nuovo, di originale in questa commedia  ci che dite voi e come voi lo dite: il sentimento vostro, di moglie sterile, la quale ha compreso che oltre e sopra il suo diritto sul marito c' il dovere di questo verso la figliuola che un'altra donna gli ha dato e che lei non ha potuto dargli; e quella vostra logica precisa e diritta, per cui, quando avete saputo che l'amante stanca vorrebbe rimandare a voi vostro marito, andate da lei a dirle che questo non  possibile, poich l'uomo che ella vi ha preso non  pi soltanto vostro marito ma  anche padre qua adesso; e che dunque, o il padre deve rimanere dov' sua figlia, o ella vi deve dare anche la figlia insieme con lui.
Verissimo, s, verissimo tutto questo; ma  anche vero, cara signora, ci che vi ho detto in principio: che voi non fate in questa commedia una bella figura. Statevene qua, dunque nel libro. Sui palcoscenici nostri, cos com'essi sono e cos come voi siete, non potete farvi strada per ora, ve lo dico io. Vi manca, signora mia, ci che in gergo teatrale si chiama la carrettella.
Vostro affezionatissimo autore 
Luigi Pirandello.
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ATTO PRIMO.
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Sala di redazione del giornale politico quotidiano La Lotta. Uscio comune in fondo, che d su un corridoio. Due scrivanie, disposte lateralmente, quasi di fronte. Un tavolino in mezzo, ingombro di giornali. Due vetrine; scaffali; un canap; poltrone; seggiole. Alle pareti un orologio, un manifesto illustrato del giornale La Lotta; altri avvisi, ecc.
Al levarsi della tela, la scena  vuota. Poco dopo s'apre l'uscio e Cesare D'Albis mostra dalla soglia la stanza vuota a Livia Arciani.
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D'Albis. Ecco, vedete? non c'. Prego. Lascia passare Livia. Non c' davvero.
Livia. Ma s, lo credo.... lo vedo.
D'Albis. No, scusate: insisto; ho voluto darvi la prova, perch non abbiate a sospettare.
Livia. Ma io non sospetto. Per me, pu ricevere chi gli pare e piace.
D'Albis. No, no! Al contrario! Ordine espresso, signora mia, di non introdurre mai nessuno.
Livia. E.... posso aspettarlo qua?
D'Albis. Ah! Volete.... volete aspettarlo?
Livia.No, se non posso.
D'Albis. Ma s.... perch no?... S, che potete.... Oh bella! oh bella! Voi diffidate.
Livia. Non diffido nient'affatto. Vedo che qua ci sono due scrivanie. Non vorrei incomodare.
D'Albis. Ma se non c' nessuno.... E poi, che dite? Voi non potete incomodare.  una fortuna.... non vi si vede mai! Siete.... siete la donna del mistero....
Livia. L'orsa, gi.
D'Albis. sorpreso, sconcertato. No.... che!...
Livia. So che mi si chiama cos. E non me ne importa. Son orsa davvero. Lo dico perch lei.... Si corregge. Voi.... non so....
D'Albis. sorpreso, sconcertato. Vi chiedo scusa, se....
Livia. Ma no, che scusa? Siccome voi, m' parso, cercavate d'introdurre gentilmente l'espressione.... Ditemi pure orsa.
D'Albis. Senza nessun mistero?
Livia. Ma s, senza nessun mistero.
D'Albis. Impossibile. Orsa, con codesti occhi, impossibile, senza che ci sia sotto, ben covato in fondo in fondo, un mistero. No? no?
Livia. Se lo dite voi....
D'Albis. Via, del resto, lo so. Credete che non lo sappia nessuno?
Livia. Ah s? E che mistero allora, se tutti lo sanno?  curioso, per, che tutti saprebbero in me una cosa, che io non so.
D'Albis. Vi pare strano? Che gli altri vedano in noi quello che noi non vediamo? Ma questo avviene sempre! Io non mi vedo, e voi mi vedete. Non possiamo uscire fuori di noi, per vederci come gli altri ci vedono. E pi viviamo assorti dentro, in noi stessi, e meno ci accorgiamo di quel che appare di fuori.
Livia. Oh Dio mio, e che appare in me?
D'Albis. Vedo i vostri occhi. E vedo che siete venuta qua.
Livia. Ma ve l'ho detto perch sono venuta; non c' nessun mistero: so che deve venire qua mio padre e sono venuta a prevenirne mio  marito. Sospettate voi, invece, che ci sia sotto un'altra ragione misteriosa.
D'Albis. Ma la vostra impazienza, io la vedo, voi non la vedete.
Livia. Perch non so come fare adesso.... Potessi almeno incontrare mio padre....
D'Albis. Ritorner presto, credo, Leonardo. Dev'essere in tipografia. Aspettatelo. Ma favorite, meglio, in salotto. Dico salotto.... per modo di dire.... Siamo per ora qua in un attendamento provvisorio.... Ma starete almeno un po' meglio. Venite.
Livia. No, grazie. Sar meglio che gli lasci un biglietto. Chi sa quando verr.... Ritorner pi tardi, se mai. Ora gli scrivo.
D'Albis. Fate come vi piace.
Livia. E nel caso che mio padre venisse prima di lui?
D'Albis. Lo riceverei io. Avr molto piacere di conoscerlo. So che  molto amico dell'onorevole Ruvo. Anzi avevo pregato Leonardo di condurlo qua, qualche giorno....
Livia.
Ah, sar qui tra poco certamente. Ma se il vostro uscere, avete detto, ha l'ordine cos rigoroso di non introdurre mai nessuno?
D'Albis. Oh, l'avvertiremo subito, il nostro Cerbero, non dubitate. Ecco.
Suona il campanello elettrico alla parete.
Vi assicuro che  un ordine necessario, per la salute di quel pover'uomo di vostro marito, dacch voi siete per lui.... permettete?
Livia. Dite, dite pure.
D'Albis. Franco, eh? Siete crudele....
Livia. Ah si? E chi ve l'ha detto?
D'Albis. Chi me l'ha detto? Ma i suoi debiti! Ah, parlano chiaro! Lo strillano ai quattro venti.
Livia. andando a sedere innanzi a una delle scrivanie: E che c'entro io nei suoi debiti?... Vi assicuro che non c'entro affatto.
D'Albis. Lo so. Ma via, dovreste perdonare.... Perch, in fin dei conti....
Livia. indicando le cartelle su la scrivania: Posso scrivere qua?
D'Albis. Spero che non vi siate offesa di nuovo.
Livia. Oh, per cos poco....
D'Albis. Ah, no: sono molti, sapete! Crivellato. Aspettate: dove scrivete?
Livia. Non fa nulla: due parole: posso scriverle anche qua.
D'Albis. Ma no! Aspettate: vi far dare un foglietto da lettere. Perdio, ho sonato....
Risuona. Si sente picchiare all'uscio. Avanti!
Entra l'uscere.
Livia. Scrivo qua: fa lo stesso. Una busta, piuttosto.
D'Albis all'uscere: Carta e buste, presto.
L'uscere via. D'Albis a Livia che scrive: Volete scrivere l.... Qua non c' mai niente. Dove passa Arciani, la tempesta! Sto pensando per, sapete?, che a rigor di termini non avrei dovuto far passare neanche voi.
Livia. sospende di scrivere e lo guarda, senz'avere inteso bene. Neanche me? Come?
D'Albis. S, perch la disposizione, veramente,  questa: Porta chiusa per tutti i creditori. Ora, siccome voi, senza dubbio....
Livia riabbassa il capo e si rimette a scrivere. V'ingannate.
D'Albis. Non deve nulla a voi, vostro marito?
Livia fa cenno di no col capo.
Miracolo! Ma vi chiedo licenza di non crederci.
L'uscere rientra.
L'Uscere porgendo al D'Albis carta e buste. Ecco.
D'Albis porgendole a Livia. Voil.
Poi all'uscere. Bada: pi tardi ritorner la signora. Verr pure un signore....
Livia. chiudendo la lettera nella busta: Vecchio.... piuttosto grasso.... con fedine bianche....
D'Albis. Il signor....
Livia. Guglielmo Groa.
D'Albis. Groa. Tieni bene a mente. Lo lascerai passare. E basta, tu lo sai.
L'Uscere.  venuta pure, poco fa, quella signora....
Livia solleva appena il capo mentre scrive l'indirizzo su la busta.
D'Albis contrariato: Ma che signora? Quando?
L'Uscere. Sissignore, poco fa. Ha detto che deve ritornare.
D'Albis. Ma sar per il giornale! Ho capito. Va bene. Vattene....
L'uscere via. Qualche pittrice che ha esposto; o qualche brava donna che vuol vendere un quadro di famiglia.... Sapete che vostro marito, oltre il critico d'arte qua, fa pure.... s'adopera con gli antiquarii o col Ministero....
Livia. Mi date spiegazioni, che non v'ho richieste.
D'Albis. Aspettate! Perch voglio arrivare a una domanda un po' indiscreta.
Livia levandosi dalla scrivania con la lettera in mano: La lascio qua?
D'Albis. No: la sua scrivania  quella. Datela a me. Ecco: la mettiamo qua, bene in vista. Osservando la busta: Che calligrafia!
Livia. Oh s! Raspatura di gallina.
D'Albis. No. Forte. Piena di.... d'intenzione. E si vede: risponde a voi perfettamente. Mettiamola qua.
Livia. Io allora vado.
D'Albis. Come! E la domanda? Non permettete?
Livia. Dovrei andare veramente....
D'Albis. Breve breve. Aspettate.
Le si accosta, poi, piano, in tono confidenziale:  proprio vero che non siete gelosa? Eh, vi fate pallida.... E anche poco fa....
Livia seria: Ma nient'affatto! Calmissima. Avete detto voi stesso che non sono venuta mai qua. E non sono mai andata appresso a mio marito.
D'Albis. E allora, scusate, vostro marito  uno sciocco! E appena viene, gl'insegno ci che appresi un giorno da un mastino.
Livia. Ah, mi congratulo.
D'Albis. Le bestie? Che dite! I maestri migliori. Era legato, poveretto, alla catena confitta per terra, presso la cuccia. Ma esso se la.... se la passeggiava, diciamo cos, magnificamente, per quanto era lunga la catena, badando a voltarsi prima ch'essa gli dsse la stratta al collo. Cos non la sentiva, libero e contento nella sua schiavit.
Livia. E sarei io, la catena?
D'Albis. Quel tanto di libert che gli concedete. Catena lunga abbastanza, pare. Mi sembra per che lui non se la porti a spasso bene, o almeno con la filosofia di quella bestia intelligente. O forse la filosofia.... Toglietemi un dubbio. S' interdetto da s, Leonardo?
Livia. Come sarebbe interdetto? Non capisco.
D'Albis. Dev'essersi impazzito.... Vuole sul serio pagarsi i debiti (i suoi proprii, s'intende!) facendo il giornalista? Sarebbe da ridere, se non fosse un peccato. Perch, lasciamo andare, via: parliamo sul serio: Arciani ....  un artista. Seguitando cos.... Gi non fa pi nulla da un pezzo! L'Incredula, per bacco, ha certe pagine.... Vi ricordate?
Livia. Io non l'ho letta.
D'Albis. Come come? Non avete letto il romanzo di vostro marito? Ah! quest' bella!
Livia. Ma so che voi ne avete detto molto male.
D'Albis. Non vuol dire. Questo non vuol dire. Avevo anch'io allora la malinconia d'appartenere a quella.... sapete come un imperatore chiamava i letterati? categoria d'oziosi che per professione spargono il malumore tra la gente. Verissimo! Io, per professione, scrivevo male di tutto e di tutti. E m'ero fatto un bel nome, sapete? Peccato, bei tempi! Ora, tanto io che vostro marito, per l'arte, morti e sepolti. Voi per, coi vostri denari e con un po' d'indulgenza, perdonando, vostro marito dovreste risuscitarlo. S, s, e levarmelo dai piedi, per carit! Scriva versi, scriva romanzi! Il giornalista, vi assicuro, lo fa pessimamente! Si rovina lui, rovina il fegato a me.... Ma voi volete andare.
Livia. S, ecco.... devo andare.
D'Albis. V'ho trattenuta in piedi tutto questo tempo.... Colpa vostra, potevamo....
Livia. Ritorner pi tardi. Mi raccomando il biglietto.
D'Albis. Non dubitate. V'accompagno.
Fanno per uscire. Entra un tipografo con un rotolo di bozze in mano.
D'Albis al tipografo. Si entra cos?
Il Tipografo. L'usciere non c'era. Non c' nessuno.....
D'Albis. Le bozze impaginate?
Il Tipografo. Sissignore. Eccole.
D'Albis. Ecco, vengo subito.
A Livia: Scusate.
La lascia passare avanti, e via con lei. Il tipografo svolge il rotolo delle bozze e le stende su la scrivania. Ritorna, poco dopo, il D'Albis. Sono tutte?
Il Tipografo. Seconda e terza pagina.
Per il corridojo si vede passare, attraverso l'uscio aperto, il Ducci.
D'Albis chiamando: Pss! Ducci! Ducci!
Ducci tornando indietro e affacciandosi all'uscio: Eh?
D'Albis. Vieni, eh? Tu dici eh? Qui c' la seconda e la terza, da rivedere.
Ducci. Ma io non posso; scusa. Sono le quattro. Devo essere alla Camera: m'aspetta Bersi. M'ha detto che non pu trattenersi alla tribuna dopo le quattro e un quarto.
D'Albis. Bella, perdio! Mi piace! Tu devi andare, Livi non c', Arciani non viene; qui non ci sta pi nessuno; e mi tocca di rivedere a me le bozze? Neanche, l'usciere c'.... Che fa? Dove se ne va, quello stupido? Ma sai che per poco qui non mi faceva nascere.... Hai visto chi  stata qui?
Ducci. No, non ho visto nessuno.
D'Albis si alza dalla scrivania e viene avanti col Ducci, poi, in gran mistero, sicuro della sorpresa: La moglie d'Arciani.
Ducci. Uh! L'Orsa?
D'Albis. Zitto, che lo sa!
Ducci. Che sa?
D'Albis. Che la chiamiamo l'Orsa. Me l'ha detto lei stessa.
Ducci. Oh va'!
D'Albis. Mi sono divertito un mondo a farla stizzire. Ma non  mica una sciocca, sai? Tutt'altro. E ha un certo.... un certo sapore, quella donnina....
Ducci. S, di legno quassio. Buono per le mosche.
D'Albis. No no, forte!
Prende la lettera di Livia dalla scrivania.
Guarda qua che scrittura. Piena.... piena d'intenzione. Non ti pare?
Ducci guarda, poi: Di mala intenzione, direi.
D'Albis. Non l'ha voluto dire. Ma certo  venuta per sorprendere il marito. E per poco non c' riuscita, perch pare che l'altra sia venuta poco prima. Chiamo l'usciere per un po' di carta; e quell'imbecille glielo dice....
Ducci. Come! Le ha detto?
D'Albis. Non ha fatto il nome. Ha detto, rivolgendosi a me: Quella signora... soggiungendo ch'era venuta e che doveva ritornare.
Ducci. Perdio! E lei?
D'Albis. Niente. Impassibile. Io ho cercato di rimediare. Ma lei dice che non  mai andata appresso a suo marito.
Ducci. E si vede!  venuta qua....
D'Albis. Ah, per prevenirlo di non so che cosa, ha detto. Gli ha lasciato questa lettera.... Ma appena viene Arciani, oh! io glielo dico: Non voglio di quest'impicci qua. Fuori! fuori! qua, niente! Quella  una donnetta, caro mio.... con quel pajo d'occhi.... fredda.... dura....
Ducci. Basta. Io scappo. Vado a liberare Bersi.
D'Albis. Oh, ritorna, appena finito il discorso del Ruvo, presto; voglio sapere l'impressione.
Ducci. S, s, a rivederci.
Via per l'uscio in fondo. Il D'Albis ritorna alla scrivania, vi posa la lettera al posto di prima.
D'Albis. Le prime bozze?
Il Tipografo. Eccole qua.
D'Albis prendendo in mano alcune cartelle manoscritte: E queste?
Il Tipografo.  il manoscritto.
D'Albis. Di chi? Che vuol dire?
Il Tipografo. Dice il proto che l'ha corretto.
D'Albis. Arciani?
Il Tipografo. Nossignore; il proto. Il signor Arciani non s' fatto vedere.
D'Albis. Neanche in tipografia?
Il Tipografo. Nossignore.
D'Albis con ira, buttando per aria le cartelle manoscritte e levandosi dalla scrivania: Perdio, pretende pure ch'io mi metta adesso a correggere le sue baggianate?
Il Tipografo raccogliendo da terra le cartelle: Aveva detto che sarebbe ritornato....
D'Albis. E come s'arrischia il proto a impaginare le bozze non corrette?
Il Tipografo. Per fare a tempo....
D'Albis ritornando alla scrivania. D qua. Dov'?
Il Tipografo. Eccolo. Per, qua.... guardi, in seconda pagina.... aspetti. Nel manoscritto....
D'Albis. Che altro c'?
Il Tipografo. No.... Tutto corretto bene. C' solo un punto....  segnato con lapis nel manoscritto.... ecco, l, sissignore... la quinta cartella.... Non lega bene.
Sopravviene, ansante, Leonardo Arciani.
Leonardo. Eccomi qua. Le bozze?
D'Albis. A quest'ora?
Leonardo. D qua, d qua. Credevo di fare a tempo. Lascia, mi sbrigo subito.
D'Albis esaminando le cartelle. Ma che pasticcio  questo? Che c'entrano qua queste due cartelle?
Leonardo. Fa' vedere!. Leggendo: Il pomo d'onice dell'ombrellino, cerchiato d'oro, nelle mani di donna Maria... Scoppia a ridere.
D'Albis. Che diavolo hai fatto?
Leonardo. Le hanno composte? Sono due cartelle del romanzo, che avevo perdute. Senti, senti come fa bene. Legge le bozze di stampa: Il Seicento invece finisce con eguale esuberanza in tutta la penisola e produce il pomo d'onice dell'ombrellino, cerchiato d'oro, nelle mani di donna Maria... Scoppia di nuovo a ridere.
D'Albis. Ah, ti ci diverti, per giunta?
Leonardo. Ma s.... senti....
D'Albis. Finiscila, perdio! Non ho tempo per codeste stupidaggini!
Leonardo indicando il tipografo: Ma stupidi loro, vuoi dire!
Il Tipografo. Ma noi, scusi....
Leonardo. Voi che cosa? Gi prima di tutto potevate bene aspettarmi un minuto: vengo di corsa dalla tipografia.
D'Albis. Te la pigli con loro, anche?
Leonardo. Ma ci vuol tanto ad accorgersi che queste due cartelle non c'entrano?
D'Albis adirandosi: Tu, tu, tu, mio caro, non c'entri pi qua! Ed io sono stufo! E te l'ho detto! Incolpi gli altri? Chi l'ha cacciate dentro l'articolo queste? Mostra le cartelle.
Leonardo. Piano, ti prego. Sono del romanzo, t'ho detto.
D'Albis. E te lo scrivi qua, il romanzo?
Leonardo. Anche per istrada, dietro le spalle della gente che passeggia. Debbo consegnarlo fra otto giorni.
D'Albis. E che vuoi che me n'importi?
Leonardo. Ma importa a me, se permetti! Siede alla scrivania.
D'Albis. Che fai adesso?
Leonardo. Taglio le due cartelle.
D'Albis. Col giornale impaginato?
Leonardo. Saranno una ventina di righe: allungher l'articolo! Ne stai facendo un caso pontificale!
D'Albis. Ma perch voglio che questa sera si esca prima del solito, appena finita la discussione alla Camera!
Leonardo che s' gi messo a scrivere: Va bene, vattene!
Al tipografo: Via anche tu. Mi sbrigo in due minuti.
D'Albis s'avvia, poi volgendosi: Oh,  venuta tua moglie.
Leonardo stupito: Qua?
D'Albis. Qua,  venuta qua. Anzi, poi debbo parlarti. Vedi che ha lasciato l un biglietto....
Leonardo. Per me?
D'Albis. Mi farai la grazia di leggerlo dopo. Aspettiamo te.
Leonardo. Eccomi, s, eccomi! Due minuti....
Via D'Albis e il tipografo. Leonardo si rimette a scrivere, ma, inquieto, guarda ogni tanto la lettera della moglie. Alla fine, non sapendo pi resistere alla tentazione, la prende, lacera la busta, legge. Dopo aver letto, sta un po' assorto, fosco, poi scuote il capo rabbiosamente, si passa una mano su la fronte e sul capo, e si raccoglie con violento sforzo a pensare, a scrivere. Due colpettini all'uscio. Leonardo grida: Un momento!
L'uscere si mostra all'uscio.
Eh, perdio! Non sono una macchina!
L'Uscere. No, sa? volevo dirle che c'....
Leonardo. Ho da fare. Non ricevo nessuno.
L'Uscere piano: La signora Orgera.
Leonardo. Adesso? Qua?
L'Uscere. Era venuta circa un'ora fa....
Leonardo. Ma non  possibile, adesso!
Dopo avere riflettuto un po': Senti: chiunque venga a cercarmi....
L'Uscere. Deve venire....
Leonardo. Lo so. Fa' entrare in salotto.
L'Uscere. Sissignore.
Leonardo. Intanto....
Fa cenno di far passare la signora Orgera.
L'Uscere sporgendo il capo dall'uscio e parlando nell'interno: Venga avanti, signora.
Entra Elena Orgera. L'uscere si ritira, richiudendo l'uscio.
Leonardo seguitando a scrivere: Un momento, ti prego.
Prende di su la scrivania la lettera della moglie e gliela porge. Leggi. Si rimette a scrivere.
Elena legge con gli occhi soltanto, poi guarda con aria di sdegnosa commiserazione Leonardo che scrive. Me ne vado subito.
Leonardo. T'ho pregata, scongiurata di non venire a trovarmi qua.
Elena. Ma dove allora? Io non lo so pi! Se da una settimana non ti fai vedere?
Leonardo. Hai letto?
Elena. Ma ho da parlarti anch'io!
Leonardo cercando di farla tacere: So, so....
Elena seguitando: Non son venuta per il piacere di vederti.
Leonardo. Ti prego.... Sto per terminare.
Elena dopo aver di nuovo scorso con gli occhi il biglietto di Livia, dice, venendo a posarlo su la scrivania: Dunque il vecchio comincia a sospettare; e lei, sillabando: generosamente, te ne previene.... Cerca, poverina, di risparmiarti noje e dispiaceri. Io invece....
Leonardo seccamente: Tu non la conosci.
Elena. Ammirevole! Dico che  ammirevole!
Leonardo. Non lo fa n per me, n per te.
Elena. Per suo padre? Ammirevole lo stesso!
Leonardo raccogliendo le bozze e le altre carte di su la scrivania: Ecco fatto. Si alza. Preme il campanello alla parete.
Sarei venuto, sai?, a qualunque costo in giornata. Si mette a leggere in fretta quel che ha scritto.
Elena. Non stare a credere, ti dico, che mi prema che tu venga, se a te non preme. Vorrei solo....
Leonardo le fa cenno con la mano d'aspettare un po' in silenzio, e seguita a leggere. Si sente picchiare all'uscio.
Leonardo. Avanti.
L'uscere entra. Porgendogli le carte: Ecco, al tipografo.
L'uscere via. Oh, dunque.... Non mi  stato proprio possibile. Gi te l'ho scritto.
Elena. Si tratterr ancora molto?
Leonardo. Il padre? E chi lo sa?  venuto non so per che affare. Forse  una scusa. Sospetto che qualcuno....
Elena. Ma lei stessa!
Leonardo. No, no. Ma che! Scusa, se  venuta qua, a prevenirmi....
Elena. Politica. Come sei ingenuo!
Leonardo. Se avesse voluto rivolgersi al padre, lo avrebbe fatto da un pezzo, apertamente. Chi avrebbe potuto impedirglielo? E poi, perch fingere con me?
Elena.
Ma che impegno, io non capisco.... che interesse pu avere a star zitta cos, che il padre non sappia, non s'accorga di nulla...?
Leonardo.
Che interesse? Prima di tutto, l'orgoglio!
Elena.
Anche di fronte al padre, l'orgoglio?
Leonardo.
Il certo  questo: che il giorno dopo l'arrivo di lui, ella che da pi d'un anno non m'aveva rivolto la parola....
Elena.
Ah! T'ha parlato? S' rotto il ghiaccio? Di'.... di'....
Leonardo.
 entrata nel mio studio per dirmi solamente che avessi saputo fingere almeno pei pochi giorni che suo padre si sarebbe trattenuto in casa nostra.
Elena.
Facilissimo!
Leonardo.
Che cosa?
Elena.
Per te, fingere. Adesso capisco! E non t'ha detto altro?
Leonardo.
Nient'altro.
Elena.
Fredda,  vero?, impassibile, sublime!
Scoppia a ridere
Leonardo.
Non mi pare che ci sia da deriderla, per questo.
Elena.
No, che! Ti pare? Me ne guarderei bene. Dico che  sublime!
Leonardo.
Ne ho poche, secondo te, noje, amarezze? Dovrei io stesso procurarmene altre?
Elena.
Eh no, eh no....
Leonardo.
Almeno di questo, mi sembra, dovremmo esserle grati, per qualunque ragione lo faccia.
Elena.
Ah, ah, ah.... Suole avvenire, caro.... suole avvenire!
Leonardo.
Che cosa?
Elena.
Niente. Lo so io! Bada, non me n'importa.... Vorrei soltanto che tu avessi la franchezza di dirmelo. Tutto, tutto, tranne la finzione, lo sai. Fingere, no! Non posso soffrirlo.
Leonardo.
Ma che c'entra? Che dovrei dirti?
Elena.
Oramai! Che vuoi pi?... Vecchia!... E poi....
Pausa tenuta.
Leonardo
seguitando ad alta voce il proprio pensiero:
Proprio in questo momento! Ho fatto di tutto.... Ma possibile? Per quanti sforzi si facciano, nella condizione in cui mi trovo.... Senza dubbio, per, qualcuno, ripeto, ha dovuto scrivergli laggi.... Sono oppresso dalla sua sorveglianza.... non ne posso pi! Credo che mi faccia finanche spiare, capisci? Non sono venuto per questo.
Elena.
E m'hai fatto un piacere. Sai perch sono venuta io? Ieri  tornato quello della casa.
Leonardo.
Daccapo?
Elena.
E ritorner oggi. Volevo dargli un acconto dalla mia pensioncina. Niente! Tutto, subito, o via! Senza cerimonie.
Leonardo.
Va bene, va bene; aspetta che gli parli io, a questo signore.
Elena.
Oh, inutile, sai! Me l'ha detto chiaro. Non vuole pi aspettare.
Leonardo.
Aspetter, perdio! Gli hai detto che io debbo?
Elena.
Il romanzo? Gi.... per farlo ridere....
Leonardo.
No. Lo so, senza che tu me lo dica... Ma non c'era bisogno che gli parlassi del romanzo o d'altro: sono 400 lire che mi saranno pagate fra otto giorni.... alla consegna del manoscritto. Se potr consegnarlo.... sta a vedere! Non trovo pi n modo n tempo di scrivere....
Elena.
E dunque?
Leonardo.
Ma un po' di pace! Un momento di requie! Qua, lo sai, per questo mese non posso pi chiedere nulla. Che consegner fra otto giorni? E non so come fare. Questo  il peggio.... dove batter la testa.... Non resisto pi!
Elena.
Da un pezzo, eh! Cominci a comprenderlo soltanto ora, tu?
Sorgendo in piedi con un profondo sospiro:
Ma quando non se ne pu pi, sai, basta, si dice. Neanch'io resisto pi a vederti cos.
Leonardo
freddamente:
Neanche tu.... E poi?
Elena.
Ma ti pare possibile seguitare cos? Scusa, ti pare possibile?
Leonardo.
Il male  appunto questo, cara: che dev'essere possibile. Ti pare che ci vorrebbe tanto a svoltare tu di qua, io di l? Sarebbe comodo; ma non possiamo!
Elena.
Perch, scusa? Se io ti lascio libero....
Leonardo.
Libero? Come mi lasci libero?
Elena.
Ma di tornartene in pace con tua moglie!
Leonardo
con forza:
Tu non la conosci!
Elena.
Ma se gi t'ha parlato.... se  venuta qua, finanche, a cercarti....
Leonardo
dopo averla guardata con sdegno:
Fingi tu, adesso, di non capire.
Elena.
Che cosa? Che tua moglie vuole che noi stiamo uniti? Debbo capir questo?
Leonardo.
Questo, questo, s appunto, e tu lo sai bene! Qua, qua, alla catena, dobbiamo stare! E non giova disperarsi. Lo dico anche a me, sai? Se occorre, anzi, bisogna ridere.... ma s! come rido io, tante volte. Non m'hai sentito ridere? Vuoi veder come rido? Ma so fare anche il buffone! Tant'altre volte, pazienza! Bisogna pure che mi lagni.... Stretto, oppresso, soffocato cos, punto da tutte le parti, vuoi che non dica neppure ahi? Basta, no; basta, no; sai bene che non posso dirlo basta.
Elena.
Ma io lo dico per te, dopo tutto. Non per me.
Leonardo.
Grazie, cara. Non ci pensare. Lo direi anch'io per te; ma non lo possiamo n io n tu. Dunque,  inutile parlarne. Sei stanca? Ti compiango sinceramente. Perch io, per mia disgrazia, ho occhi anche per gli altri.... vedo la vita che fai.... purtroppo....
Elena.
Meno male!
Leonardo.
Ah, io s. E capisco che non si pu avere compatimento per gli altri, quando abbiamo troppo da soffrire per noi stessi. Se mi lagno  perch non riesco a strappare questa rete di difficolt che m'avviluppa da tutte le parti e mi toglie il respiro! Eppure vedi, a me, fra tutto questo inferno, non  mai venuto in mente di potermene uscire.... Sono disposto, anzi, se quel vecchio imbecille ha la cattiva ispirazione di darmi in questo momento altre noje....
Si ode in questo momento la voce del Ducci gridar forte dall'interno.
Ducci.
S, s.... Viva Ruvo! Tra poco!
Apre di furia l'uscio e, d'improvviso, s'arresta.
Oh, scusa.... Sta', sta'.... prego.... vado di l.... Solo, con permesso....
Prende dalla scrivania alcune carte.
Ecco....
Avviandosi, piano a Leonardo:
C' in salotto....
Leonardo.
Grazie, lo so....
Ducci s'inchina a Elena, e via, rinchiudendo l'uscio.
Elena.
Me ne vado.
Leonardo.
S, sar meglio.  gi qui. Non dubitare, verr prima di sera, immancabilmente.
Elena.
T'aspetto, dunque. Credi che  necessario. Non vuol pi aspettare.
Leonardo.
Verr, verr, non dubitare. Addio.
Elena via. Leonardo rimane un po' su la soglia dell'uscio. Gli s'avvicina dal corridojo interno l'uscere.
L'Uscere.
Faccio entrare?
Leonardo.
S.
Attende un po' sulla soglia, poi, all'appressarsi di Guglielmo Groa e del D'Albis, che conversavano fra loro, viene ad appoggiarsi alla scrivania.
Guglielmo.
Io, caro signore, povero provinciale, sono allocchito, ecco, proprio allocchito! Cose grandi a Roma, cose grandi! E anche lui, Nitto Ruvo,  diventato grande.... Ma, per me, se vuol essere chiamato, si chiama sempre Nitto....
Salutando Leonardo.
Caro genero!
D'Albis
sorridendo:
Come? come? Nitto?
Guglielmo.
Sissignore. Benedetto, Nitto: noi diciamo Nitto. Compagni di scuola, si figuri. Ma a un certo punto, io, impastato di creta, m'accorsi che se volevo restare uomo giudizioso, dovevo chiudere i libri. Li chiusi. Scrivo, come dice mio genero, privilegio con due g,  vero, ma, la testa, signor mio, un orologio! Nitto Ruvo invece continu a studiare, e, povero infelice, ecco qua che lo stanno facendo ministro.
D'Albis
scoppia a ridere.
Oh bella! bella! Per lei  un povero infelice?
Guglielmo.
Lo stanno facendo ministro.... Muore male, glielo dico io. Ma amico, sa! amico mio! amicone.... Non ne dico male!
D'Albis.
Eh, lo so che  amico suo. Il Ruvo mi ha parlato tanto bene di lei.
Guglielmo.
Ah, lui parla bene, lo so! Parola facile, elegante.... A sentirlo, pare che, come niente, il mondo tra le sue mani, che , che non , lo vuole tondo? tondo!; lo vuole lungo? lungo! Per, signore mio, io ho i peli bianchi. Gira gira, il perno  uno! E con ci, badi, non dico che non auguro a Nitto Ruvo di diventare ministro. Per me, anche re. Sembra proprio che sia, come dicono loro, alla soglia del potere....
D'Albis.
Gi dentro, senza dubbio! Abbiamo lottato senza tregua.... E la lotta s' disegnata fin da principio cos.... netta, precisa.... e l'abbiamo condotta con tal rigore di logica, con tale semplicit di mosse, che  proprio una soddisfazione per noi l'averla combattuta.
Guglielmo.
Ges, Ges.... che cose! Ma piacere, sa, piacerone.... Perch io, non ne ho l'aspetto, ma, nel collegio, sono, come suol dirsi, una colonna del Ruvo.
D'Albis.
Eh, lo so bene!
Guglielmo.
Ma re, ministro, il Ruvo, non ci facciamo illusioni, caro signore, gira gira....
D'Albis.
Il perno  uno?
Guglielmo.
Uno!
D'Albis.
Per....
Guglielmo.
No, niente, scusi: lasciamo andare. Quando si parla di politica, io sono come un turco alla predica.
D'Albis.
Quanto a questo, il vero turco, guardi, eccolo qua!
Indica Leonardo.
Scommetto che non sa neppure contro chi abbiamo combattuto. Ed  vissuto qua, in mezzo a noi, nel fervore della lotta. Se ne sta l a scrivere il romanzo e, quando pu, me ne caccia qualche cartellina fra gli articoli.
Leonardo.
Ho gi rimediato, sai?
D'Albis.
S, caro. Ma io vorrei trovarmi presente per la votazione. Lei viene dalla Camera? A che punto ha lasciato la discussione?
Guglielmo.
Non ci ho capito nulla!
D'Albis.
Ma chi parlava almeno?
Guglielmo.
Ah, sissignore.... Lui, Nitto Ruvo.
D'Albis.
Successone, eh? Sappiamo gi che cosa risponder il Governo. Battuto, battuto, in precedenza! Vado ad assistere al crollo finale. Con permesso.
Guglielmo.
Padrone mio, caro signore.
D'Albis.
Addio, Arciani.
Leonardo.
Addio.
D'Albis via.
Guglielmo.
S, s, lo lasci arrivare, il suo grand'uomo, e poi me ne sapr dire qualche cosa. Per curiosit: li d lui,  vero, Nitto Ruvo, i....
Strofina il pollice e l'indice, per significare i quattrini.
a questo giornale?
Leonardo
distratto:
Non so.
Guglielmo.
Certo: se ne dicono bene.... Molla! Molla! E balla, comare, che fortuna suona! Ma tu, levami un dubbio, non ti sei rivolto a lui, al Ruvo,  vero?, per entrare a.... come si dice?, a.... a scrivere insomma in questo giornale?
Leonardo.
Io? No, perch?
Guglielmo.
Perch non vorrei, io che so di che pelame  quell'animale, non vorrei che si credesse disobbligato con me per averti fatto entrare in un giornale stipendiato da lui.
Leonardo.
Ma niente affatto. Io non lo conosco neppure. Presto qua, come altrove, il mio lavoro, e non credo d'aver bisogno del Ruvo o d'altri per scrivere in un giornale come questo.
Guglielmo.
E ci provi gusto?
Leonardo.
Ah no, davvero....
Guglielmo.
E allora perch lo fai? L'uomo, capisco, oggi  cos,
mostra il palmo della mano, poi il dorso.
domani cos. Ma una volta mi dicesti che era un.... dicevi una parolaccia curiosa: facchinaggio, ecco, facchinaggio....
Leonardo
accendendo un'altra sigaretta.
S, mi pare.
Guglielmo
alzandosi:
Figlio mio, permetti?
Gli leva la sigaretta, e la butta.
Hai finito or ora di fumare!  una porcheria! Ti rovini....
Leonardo
sorridendo, cavando un'altra sigaretta e accendendola:
Ma mi lasci rovinare!
Guglielmo
prendendogli una sigaretta e accendendo al fiammifero di lui:
Aspetta, mi rovino anch'io, allora.
Torna a sedere.
Facchinaggio, dicevi, gi! Che si poteva sopportare soltanto per passione o per vanit, o per bisogno.  vero, s o no?
Leonardo.
Sar.... non ricordo. Io, intanto....
Guglielmo.
Passione, no, l'hai detto. E allora, per vanit? Bisogno, non ne hai.
Leonardo.
Ah! non ne ho? E che ne sa lei?
Guglielmo.
Tu hai bisogno? Tu scrivi qua per bisogno? Come.... scusa.... e perch non me l'hai mai detto, figlio mio?
Leonardo.
No no no. Ah, basta, basta, ormai da parte sua. D'ora in poi, a me, provvedo io.
Guglielmo.
Benissimo.... Come diceva quello? Nobili sensi invero.... Ma scusami sai....
Leonardo
interrompendo:
Senta, mi lasci fare, la prego. Lei non pu capire. Mi fa male, creda, entrare con lei in codesti discorsi. Dovrebbe intendere che di fronte a Livia, io....
Guglielmo.
Livia? No, scusa: che c'entra Livia adesso?
Leonardo.
Ma s, che c'entra, perch dopo la rovina della mia casa e la morte di mio padre....
Guglielmo.
Mia figlia t'ha fatto pesare?
Leonardo.
No, no: lei, no! lei, mai! Ma io, io, per me stesso...
Guglielmo.
Va' va' va'! Mi vorresti far sorbire come un decottino a digiuno, adesso, che tu per conservare la tua.... come debbo dire? in-di-pen-den-za di fronte a tua moglie, ti rassegni, ti sobbarchi qua a questa schiavit sotto altri?
Leonardo.
Ma nessuna schiavit! Chi le dice ch'io sia schiavo? Questo poi no! Schiavo di nessuno....
Guglielmo.
Ma di te stesso, scusa, schiavo del tuo stesso bisogno, se non d'altri! Quando.... Ah caro mio, ho buona memoria io, sai? T'affannavi tanto un tempo a sostenere che lo.... lo scrivere.... l'arte, insomma,  anche essa un lavoro, un gran lavoro, che ha bisogno d'indipendenza.... dicevi cos? e ti sdegnavi contro quelli che sostenevano che fosse invece un divertimento, uno spasso: s.... Lasciamo andare! L'indipendenza, l'hai avuta. Io e tuo padre, d'accordo, te l'abbiamo data. Poi, tuo padre, poverino, non per colpa sua,  venuto meno agl'impegni.... ma tu, a casa tua, grazie a Dio, con la dote d tua moglie.... Chi ti dice nulla? Puoi lavorare come ti pare e piace, o non far niente, che sarebbe meglio, a giudizio d'un povero ignorante.
Leonardo.
Questo, scusi, perch le secca ch'io scriva in un giornale stipendiato, come lei dice, dal Ruvo?
Guglielmo.
No. Non per questo soltanto, figlio mio.
Leonardo.
E allora per che altro?
Guglielmo.
Ora te lo dico. Perch tu, riducendoti cos, a vivere angustiato, afflitto....
Leonardo.
Ma nient'affatto!
Guglielmo
seguitando;
col misero frutto, sissignore, col misero frutto che puoi cavare da questo facchinaggio che t'avvilisce....
Leonardo.
Ma nient'affatto!
Guglielmo.
Vorrei uno specchio per mettertelo sotto il naso! Mi pare.... non so.... mi pare che ti sia tutto immiserito.... Non ti riconosco pi! Eh s, scusami.... se puoi credere sul serio che il non dovere pi nulla, materialmente, a tua moglie.... Gi, vai a pensare a codeste miserie!
Leonardo.
Ma non  il denaro! non  soltanto il denaro, creda!
Guglielmo.
Sta' zitto! So che , perci ti parlo cos. Non facciamo storie! Sta di fatto, caro mio, che tu credi sul serio che codesto lavoro che fai, possa lasciarti libero d'ogni riguardo....
Leonardo.
Chi glielo dice?
Guglielmo.
Te lo dico io che me ne sono accorto. D'ogni riguardo, d'ogni rimorso, e abilitarti quasi a recare a tua moglie qualunque altro male....
Leonardo.
Ma io non so perch lei mi parli cos. Livia si lamenta? S' forse lamentata con lei?
Guglielmo.
No. Ma  questo appunto il guajo! Che non si lamenta, n con me, n con te, n con nessuno! Ma del suo silenzio tu non dovresti approfittare....
Leonardo.
Oh, insomma.... Lei sa tutto? Mi dica che cosa vuole da me.  inutile tenermi qua alla tortura. Non mi costringa a mentire ancora. Non ne posso pi!
Guglielmo.
Io, a mentire? Non sia mai! Al contrario! Peccato, figlio mio, mentire.... Io voglio anzi conoscere la verit, veder la ragione....
Leonardo.
Vuol vedere la ragione? E poi?
Guglielmo.
Come, e poi?
Leonardo.
La ragione? Le dico subito che per me non ce n' nessuna. Le basta?
Guglielmo.
Ah! Dunque.... dunque t'accusi, cos senz'altro?
Leonardo.
Ma accusarmi o scusarmi, al punto in cui mi trovo,  proprio inutile, creda!
Guglielmo.
Inutile? Ma abbi pazienza....
Leonardo.
Non posso averne pi, di pazienza. Non si tratta pi, creda, di vedere la ragione, chi n'abbia pi, chi n'abbia meno, n d'accusare, n di scusare.... Riconosco non solo la mia colpa; ma giacch ne sono stato punito, riconosco che la punizione  stata giusta e non mi lagno.
Guglielmo
stupito:
Tu?
Leonardo
con fredda tristezza, convinto, rassegnato:
Non mi lagno.
Guglielmo.
E, vedo, che....
Fa un gesto con la mano, per significare: vedo che accenni d'ammattire.
Leonardo.
No.... purtroppo, no! Fossi pazzo davvero!
Guglielmo.
Scusa. Per giunta, vorresti lagnarti, tu, riconoscendo....
Leonardo.
Ma se Le dico che non mi lagno!
Guglielmo.
Grazie tante di questa concessione!
Leonardo.
Riconosco pure, che vuole che le dica?, riconosco che Livia pi di tutti ha diritto di ribellarsi....
Guglielmo.
Ma aver torto, aver ragione, dunque  tutt'uno per te? E chi ha torto, non deve...?
Leonardo.
Ma se io sono punito! Creda: sono gi stato punito....
Guglielmo.
Come sei stato punito? Da chi?
Leonardo.
Parli piano, la prego....
Guglielmo.
C' qualcuno che si rompe di l? Parliamo piano. Da chi sei stato punito? Come? Mi pare.... mi pare molto comodo darsi da s la pena, assoggettandosi a un po' di fatica per uno scrupolo sciocco! S, sciocco, perch quando a una donna hai tolto tutto: l'amore, la pace.... pu parere anche ridicolo, scusa, farsi scrupolo....
Leonardo.
Ora lei mi offende....
Guglielmo.
Io? No, figlio caro!
Leonardo.
Ma che vuole allora da me? Mi lasci stare.... Vuol ragionare? Io non posso.
Guglielmo.
E fare? Lasciamo di ragionare, adesso. Fare! fare! Che intendi fare? Fra te e tua moglie la vita, capirai, a questo modo non  pi possibile. Bisogna assolutamente venire a una soluzione, qualsiasi. Mi sono provato a muoverne il discorso a quella santa figliuola:  inutile: con lei non si pu parlare. Io la conosco per. Soffre in silenzio, sai, la povera figlia mia! E tu mostri di non accorgertene, perch cos ti conviene.
Leonardo.
Se le dicessi che lei, Livia stessa,  venuta qui, poco fa, a prevenirmi che lei gi sospettava, consigliandomi a mentire perch lei non sapesse nulla?
Guglielmo.
Ah! Come? Lei?  venuta qua?
Leonardo.
Proprio lei, mezz'ora fa.
Guglielmo.
Per costringerti a mentire?
Leonardo.
Legga.
Gli porge il biglietto di Livia.
Guglielmo
dopo aver letto:
Un sacrificio di questo genere, per me? Volesse Dio, che fosse per questo! E allora, allora subito me la riporto via con me, la figlia mia! Ma che, no! Vedi che non sai comprenderla? lei spera ancora.... aspetta che tu.... No?
Leonardo.
No. Livia sa che non  pi in mio potere portarci rimedio. E non ne cerca, sa? N vuole che altri lo cerchi. Ha visto?
Guglielmo.
Oh, dico, siete impazziti tutti e due? Tu, qua, fai un po' il tiranno, un po' la vittima; dici che sei punito; lei ti prega di non tradirti, per non farmi comprender nulla.... A che gioco giochiamo? Io sono vecchio, Leonardo, so il mondo; so che hai errato; tu stesso hai la franchezza di confessarlo. Cose senza rimedio non ce n': la morte sola! Vediamo insieme, studiamo insieme quel che s'ha da fare. Siamo uomini! Conta su me. Tutto il mio ajuto....
Leonardo.
Ma che ajuto pu darmi lei? Di denaro? Perch vede affannarmi cos?
Guglielmo.
Ma anche d'esperienza.... di tutto.... Io posso....
Leonardo.
Nulla! Nulla! Lei non pu nulla!  tutto inutile, creda!
Guglielmo.
Ma che c' sotto? Perdio, di che si tratta, insomma! Un rimedio ci sar, se tu vuoi.... Lo troveremo.
Leonardo.
Non c' rimedio... Non c' rimedio....
Guglielmo.
Lasciami almeno tentare!... No? Ma perdio c' di mezzo mia figlia! Ho s o no il diritto di sapere? Posso lasciarvi cos? Tu confessi la tua colpa e vi ti ostini, e vuoi che io, padre, possa permettere che mia figlia continui a soffrire in silenzio, rassegnata, ostinata anche lei a tacere? Volete farmi impazzire? Se tu hai perduto ogni sentimento di rispetto, di lealt.... se ti rifiuti finanche di ragionare, perdio!
Leonardo
gridando:
Non posso, le ho detto! Che vuol ragionare? Finisca una buona volta di tormentarmi!
Guglielmo
quasi inveendo:
Io?
Si apre l'uscio e su la soglia appare Livia. Guglielmo e Leonardo restano accesi, sospesi d'un tratto.
Livia
s'avanza perplessa, spiando nei volti del marito e del padre.
Ho bussato.... Nessuno m'ha sentito....
Guglielmo.
Parlavamo.... Discutevo con tuo marito....
Livia.
Ho tardato molto?
Guglielmo.
No; io ho anticipato, per parlare con Leonardo.
Livia
guardando costernata Leonardo.
E....
Guglielmo.
Sosteneva una tesi sbagliata, tuo marito. E volevo persuaderlo. Sosteneva che, in certe questioni.... politiche, aver torto, aver ragione  tuttuno. Il pubblico, che  il vero interessato non parla, si ostina a non parlare. Chi ha torto, ne approfitta. E questa pareva a me una indegnit.... una vera indegnit, ecco!
Silenzio. Leonardo raccoglie in fretta, con mani tremanti, le cartelle dalla scrivania. Livia, che ha tutto compreso, si reca il fazzoletto alla bocca per soffocare un singhiozzo irrompente. Guglielmo incalzando pi violento:
Una disonest che deve finire, perdio!
Livia.
Babbo.... no, babbo....
Leonardo prende il bastone, il cappello e fa per andare.
Guglielmo.
Non vuol sentire ragione! Te ne vai?
Balzando in piedi:
Non basta andarsene!
Livia
trattenendo il padre con un grido:
Ha la figlia, babbo! Ha la figlia! Non pu sentir ragione!
Leonardo via, di furia.
Guglielmo
restando:
Lui?
Livia.
S. Una figlia....
Guglielmo
restando:
Ah, per questo....
Si odono dall'interno, contemporaneamente, grida confuse, battimani, tra cui risaltano queste parole: Vittoria! Vittoria! Battuto!
Che succede?
A un tratto l'uscio si spalanca, tre, quattro accaldati, esultanti vi si mostrano, tra cui Ducci.
Ducci
gridando:
Ottantacinque voti di minoranza! Vittoria!
Guglielmo
inchinandosi comicamente:
Me ne congratulo tanto, caro signore!
tela.
...
.
...
ATTO SECONDO.
...
.
...
In casa d Leonardo Arciani. Lo studio, arredato con ricca e sobria eleganza. Quattro scaffali pieni di libri, ampia scrivania con libri e carte, una sedia, una greppina, ecc. Uscio comune in fondo. Usci laterali. Finestra a destra.
Al levarsi della tela Guglielmo Groa sar sdrajato su la greppina con una coperta su le gambe, un giornale su la faccia. Sulla scrivania  ancora accesa la lampadina elettrica riparata da un mantino verde.
Entra Livia, vede il padre l steso, tentenna lievemente il capo con un sospiro, poi va ad aprire gli scuri della finestra: entra la luce del giorno. Livia spegne la lampadina della scrivania e va a scuotere il padre.
Livia.
Babbo.... babbo....
Gli toglie il giornale dal volto.
Guglielmo
destandosi:
Oh!
Tirandosi su, a stento, a sedere:
Ahi! ahi!
Livia.
Hai dormito l....
Guglielmo.
No. Che dormire!  giorno? To' to' to'.... Ho dormito davvero! E tu?
Livia.
Non  tornato.
Guglielmo.
Tutta la notte? E tu, in piedi?
Livia.
Son gi le nove, babbo....
Guglielmo.
Ah, s?
Si alza, guarda l'orologio.
Perbacco.... le nove....
Resta assorto un pezzo.
Non  tornato dunque? Benone. Ha trovato il pretesto. Perch, infine, che gli ho detto io?
Livia.
Oh,  bastata una parola....
Guglielmo.
Ma non gli ho detto nulla! Volevo che parlasse lui, anzi. Che gli ho detto io?
Livia.
Nulla, babbo. Io dico: una parola qualunque. C'era un'apparenza di vita, qua, che si reggeva.... cos, sul silenzio.  bastata una parola....  crollata.
Guglielmo.
Che  crollato? Eh, no, cara! Cos? Finch sto io in piedi, perdio, sta pur sicura che non crolla nulla!
Livia.
E che vorresti pi fare adesso?
Guglielmo.
Ah, niente? Non c' pi niente da fare, secondo te? E sfido io! Mi sembri una barca senza vela.... Che cos'? Ci sono io, oh! E me lo dir lui, intanto, che cosa intende di fare!
Livia
quasi sgomenta nel cordoglio:
Vorresti andare a cercarlo?
Guglielmo.
Ma sicuro che ci vado! Ora stesso ci vado!
Livia
con impeto:
No, no, babbo! Non voglio! Non voglio! Non voglio assolutamente!
Guglielmo.
Come non vuoi? Scusa, che c'entri tu?  cosa che devo vedermi io con lui!
Livia.
No, te ne scongiuro, babbo! Non voglio!  cosa che riguarda me! E tu non puoi farlo se io non voglio. Basta, ora, basta! Non m'importa pi di nulla, credi!
Guglielmo.
Ma allora domando io a te: che cosa vuoi fare tu?
Livia.
Nulla.... non voglio pi nulla io. Non so.... non lo so io stessa, oramai....
Guglielmo.
E io dovrei acquietarmi cos? Vedere mia figlia rimanere in questo stato, perch il marito, dopo averla ingannata e poi abbandonata, si metta infine con la figlia avuta da un'altra donna?
Livia.
No, babbo, non  questo...
Guglielmo.
E che altro ? Se n' andato. Finch stavi muta, stava qui. Ho parlato io, e ha trovato il pretesto per andarsene. Voleva il silenzio, lui! Sfido! Che nessuno parlasse! Che nessuno ragionasse! Perch non poteva ragionare, lui.  sopra ogni ragione, lui! S'accusa, s, ma  anche sopra ogni accusa. Sopra ogni accusa e sopra ogni scusa. Non si dichiara anche senza scuse? Concede tutto. E poi non si lagna, oh! Avessi a credere che si lagna?... Non si lagna! E ha avuto anche la bont di dirmi che tu, s, tu avresti tutto il diritto di ribellarti; ma non lo fai perch capisci che non c' rimedio.... Un sacco di gentilezze commoventissime.... Cose da trasecolare! Ma dove siamo? Oh, io mi tocco e dico: ma, ho la testa a posto? In che mondo sono cascato? La meraviglia non  di lui.... Ma vedo te, cos.... Oh, figlia mia! Che sortilegio t'ha fatto? Va', va', senti, ho la bocca amara, un po' di caff, ti prego. Sono calmo, vedi? Fammi ragionare un po' con te, almeno. Ma prima un po' di caff, va'....
Livia, commossa, fa cenno di s, esce per l'uscio laterale a sinistra. Guglielmo resta assorto, fa gesti di stupore, di sdegno. Poco dopo rientra Livia.
Livia.
Ecco, a momenti....
Guglielmo.
Vieni qua, accstati.
La abbraccia; le carezza il capo.
Sei cresciuta senza mamma, tu, povera figliuola mia.... E lo so, tante cose ti sono rimaste chiuse dentro.... E questo tuo padre, cos grosso.... preso da tanti affari.... non t'ha saputo mai parlare.... non ha saputo mai farti parlare.... farti dire ci che ti stava sul cuore.... Ma ora... ora bisogna che tu mi parli.... s, a poco a poco, piano.... Io mi faccio quanto pi posso vicino a te.... va bene? per sentire quello che non hai potuto dire mai a nessuno.... A lui, no di certo, se ha potuto trattarti cos.... Lo dirai a me? Su. Mettiamo in chiaro prima di tutto, questo: Tu gli vuoi bene.... ancora?
Livia chiude gli occhi dolorosamente; poi, appena, col capo, fa segno di no.
No? Devi dirmelo: No.
Livia.
Ti dico no....
Guglielmo.
Me lo dici bene! Non cominciare a negare: perch la vera disgrazia  questa figliuola mia. Siedi, siedi.
Seggono.
Ecco, guarda: tu puoi benissimo crederti una, ed essere due, invece. Due, due.... Voglio dire: divisa tra l'orgoglio e l'amore. L'orgoglio, in bocca, ti dice: no; mentre l'amore, in petto, ti dice: s.
Livia.
No, t'inganni.
Guglielmo.
M'inganno? Sta bene. E allora perch?...
Livia
si volge a guardare verso l'uscio a sinistra.
Non vorrei che....
Guglielmo.
Pensi al caff, io non ci penso pi.
Livia.
No, non vorrei che.... sentissero....
Guglielmo.
Parlo tanto piano....
Con uno scatto.
Ma che cos'? Piano di qua, piano di l.... Non si pu pi davvero parlare? Fare, s, si pu tutto. Gli atti qua non offendono. Appena si parla invece.... piano! piano! piano! V'offendono le parole? Ma guarda!
Afferrandosi i lobi degli orecchi:
Pare che gli orecchi soltanto in citt vi diventino cos delicati!
Livia.
Hai ragione. Ma perch far sapere?
Guglielmo.
Vedono, figliuola mia! Ti pare che, se non sentono nulla, per questo non debbano vedere? Vedono! O forse egli, altre notti...?
Livia.
No, ah no, questo mai!...
Guglielmo.
Meno male! Con codesta remissione, poteva anche darsi che ti fossi avvilita fino a questo punto.
Livia.
Ma che dici, babbo? Ma veramente allora tu non mi conosci! Io non mi sono mai avvilita. Fin dal primo giorno che seppi, tra me e lui  finito tutto. Egli non m'ha visto neppure una lagrima negli occhi.  rimasto qui, perch cos ho voluto, non per me, per gli altri. Ma io non l'ho pi guardato. E perci non voglio che.... Zitto!
Si sente picchiare all'uscio a sinistra.
La Cameriera.
Permesso?
Guglielmo.
Avanti.
La Cameriera
entra, recando un vassojo con una tazza, ecc. Depone tutto su un tavolino; poi:
Comanda altro?
Guglielmo.
No, grazie.
La cameriera, via. Guglielmo si versa il caff e comincia a sorseggiarlo in silenzio: poi dice, come a se stesso:
Mia figlia... in questa situazione!... E chi sa per quanto tempo ci saresti rimasta.... se non fossi venuto io a muovere le acque.
Livia.
Eh, sarebbe stato meglio forse, meglio, babbo, che non fossi venuto.
Guglielmo.
Ah, vedi? Puoi dire cos?... Ma dunque, via, non negare!
Livia.
No. Non lo dico per quello che tu credi! Ti giuro, babbo, t'inganni! Tu sei convinto che fosse necessario quest'urto violento, questa spinta che sei venuto a dare a quell'apparenza di vita che ti dicevo.... che si reggeva qua sul silenzio.... Ebbene, io non avrei voluto, te lo confesso. E Dio sa se ho fatto di tutto perch non t'accorgessi di nulla. Non per altro, credi, ma perch so che.... non posso.... ecco: io non posso parlare....
Guglielmo.
Come non puoi? Perch? Chi te lo proibisce?
Livia.
Ma chi vuoi che me lo proibisca? Io stessa. Te l'ho detto. Vedi, babbo: io comprendevo bene, che tu, venendo a conoscere soltanto ora, dopo tanto tempo, ci che  accaduto, quando la colpa  veramente finita, scontata, e ci sono soltanto come punizione per lui le conseguenze, dovessi credere ancora necessario, utile, il tuo intervento. Non pu sembrarti tardi, insomma, a te, poich vieni a sapere soltanto ora, tu. E non vedi pi lui come veramente , ma come la sua colpa, conosciuta ora all'improvviso, inattesamente, te lo fa vedere; hai voluto ragionare con lui, fargli intendere la ragione:  naturale. Io sapevo invece ch'era inutile ormai. Inutile parlare, inutile ragionare.... Ma scusa, che vuoi pi parlare?... Non vedi come s' ridotto?
Guglielmo
con infinito stupore, che gli toglie quasi la parola:
Ma allora.... ma allora.... perdio.... Io sbalordisco.... Tu hai compassione di lui?
Livia.
No, non compassione.... ribrezzo.... non so! L'ho veduto a poco a poco cadere cos.... avvilirsi.... perch non pu.... vedi?... non pu col suo lavoro....
Un nodo angoscioso alla gola le impedisce per un momento di proseguire; ma riesce a dominarsi subito.
Non sa pi come fare....
Guglielmo.
Ma dunque tu speravi...?
Livia
subito:
Nulla, no, non speravo nulla....
Guglielmo.
Aspettavi, almeno, che...
Livia
subito:
No, no!
Con fierezza:
Perch se egli fosse venuto qua a dirmi che per me aveva abbandonato la figlia in mezzo a una strada
Con forza, con sdegno:
io l'avrei scacciato!
Guglielmo
sbalordito:
E allora proprio non ti capisco pi!
Livia.
Forse non so dirtelo. Vedi, babbo: per l'odio ch'io sento dell'offesa ch'egli mi ha fatto, questa non sarebbe stata per me una soddisfazione. Se egli avesse abbandonato la figlia, perch convinto di non poterla pi mantenere, e fosse tornato a me, agli agi della sua casa, mi avrebbe fatto ribrezzo, orrore. Capisci, adesso?
Guglielmo.
Come fosse figlia tua, quella! E va bene: se egli la avesse abbandonata per le considerazioni che tu dici.... s, posso anche comprendere.... Ma se gliel'impongo io, ora?
Livia.
Tu? E come puoi imporglielo tu?
Guglielmo.
Ma non c' mica bisogno che la abbandoni in mezzo a una strada. Si provveder, a lei, alla madre....
Livia.
E ti pare ch'egli possa rinunziare, cos, alla figlia, babbo?
Guglielmo.
Ah, s? Bel ragionamento! E debbo io permettere che sia abbandonata, invece, mia figlia? Che modo di ragionare  codesto? Sono padre anch'io, e mi difendo la mia figliuola!
Livia.
Vedi, ma vedi dunque?  proprio lo stesso caso!
Guglielmo.
No, cara, no. Non  lo stesso? Sarebbe lo stesso, se io non fossi tuo padre, ma il padre della sua amante, e pretendessi che per lei egli abbandonasse la figlia ottenuta dalla sua sposa innanzi a Dio e innanzi alla legge!
Livia.
Parole, babbo! Parole! Come vuoi ch'egli faccia codeste distinzioni, quando non ha che una figlia sola?
Guglielmo
trasecolato:
Ma debbo vedermi anche questa, dunque? Che tu prenda le sue difese?
Livia
con un grido:
Non lo difendo, n l'accuso! Io vedo me, babbo; quel che mi manca! Dove sono i figli  la casa! E qua, lui, figli non ne ha!
Guglielmo
commosso improvvisamente, accorrendo a lei e abbracciandola:
Povera figlia mia! povera figlia mia! Ah, dunque  per questo? E che colpa hai tu, se Dio non te n'ha voluto dare? Ah,  per questo! Tu dunque capisci che cosa vuol dire aver figli, e non ne hai! E perch allora non vuoi capir me? Egli ha la sua casa, l, dov' sua figlia? Ma tu hai la tua, anche tu... la mia! Vieni via con me, dunque! Vieni via con me!
Livia
sul petto del padre, gemendo:
No.... no.....
Guglielmo
seguitando con foga:
Che stai pi a farci qua, se il tuo silenzio da martire, se la tua prudenza non bastano a muovergli il cuore? Se tu stessa t'impedisci finanche di sperare, di desiderare ch'egli ritorni a te?
Livia.
S, s.... proprio cos.... Non lo desidero, perch egli non potrebbe esser pi, ora, quello che era! E non voglio che sia. Non posso volerlo.
Guglielmo.
E che vuoi allora? morire di pena, qua?
Livia.
Eh, ora forse.... chi sa!... Senza volerlo, tu.... vedi? credendo di far bene.... hai, in un momento.... disperso il frutto delle mie sofferenze di tanti anni.
Guglielmo.
Io?... Ma scusa.... quale frutto?
Livia.
Il suo contegno verso me.... Il suo rispetto.... Mentre ora....
Guglielmo.
Era soddisfazione per te il supplizio di tutti i giorni? Non le capisco io, codeste imprese, figliuola mia! Ti sei avvelenata l'esistenza. Basta ora. Basta. Bisogna decidere.
Livia.
E ti pare che mi sarebbe stato difficile, in tanti anni, far quello che tu hai fatto in un momento solo? Prima, prima bisognava farlo!
Guglielmo.
Ma perch non l'hai fatto? Non dirmene nulla! Nulla.... neppure un cenno che mi facesse intendere!
Livia.
Io dico prima che gli nascesse la figlia.
Guglielmo.
Ebbene?
Livia.
Quando? Se mi sono accorta del suo tradimento gi troppo tardi!
Guglielmo.
Quando gi era nata la figlia? Ma com'eri? cieca?
Livia.
Eh, s.... l'arte! Che ne sapevo io? Egli non ci pensava pi, dacch s'era sposato. Vivevamo tranquilli, insieme, in pace....
Guglielmo.
E sotto, intanto....
Livia.
No. Arriva un giorno una lettera....
Si ferma.
Guglielmo.
Che lettera?
Livia.
Una lettera. La leggiamo insieme. Egli non aveva segreti per me. Non riconobbe in prima la scrittura. E io stessa gli feci notare: Non vedi?  di tua cugina....
Guglielmo.
Quella Orgera!
Livia.
Che era stata sua fidanzata.... Si erano lasciati per un puntiglio.
Guglielmo.
Lo so. E quella lettera?
Livia.
Le era morto il marito. Non avendo altri parenti a cui rivolgersi, chiedeva a Leonardo un soccorso.
Guglielmo.
Sfacciata!
Livia.
E io stessa, insistentemente, spinsi Leonardo a mandarglielo.
Guglielmo.
Ah.... sei stata proprio tu?
Livia.
Come potevo sospettare? Ma neanche lui, neanche lui suppose allora ci che doveva accadere!
Guglielmo.
E poi? In principio?
Livia.
Circa tre mesi dopo, egli si rimise a scrivere, a scrivere, come non aveva mai fatto. Certe notti, appena venuto a letto, tornava ad alzarsi. Alle mie interrogazioni, rispondeva che io non potevo comprendere che cosa fosse. Gli era ritornato l'estro, diceva.
Guglielmo.
Ah, bell'estro! Bell'estro! Magnifico!
Livia.
Cos m'ingann.
Guglielmo.
Per non doverti pi nulla,  vero? Che pudori ha la coscienza! Ma gliel'ho detto, sai? Gliel'ho detto!
Livia.
Se ci pensi, vedi che, dopo tutto, non poteva fare altrimenti....
Guglielmo.
Eh, gi! Da uomo onesto.... Galantuomo! S' messo a lavorare.... per mantenere col sudore della fronte....
Livia
piano, assorta:
E potesse almeno! Ma non pu.... non basta....
Guglielmo.
Che dici?
Livia.
Dico che non pu pi.... non basta....
Guglielmo
irritato:
E perci? Secondo te, che dovrei fare io? Andargli a chiedere scusa, umilmente, e pregarlo di ritornare?
Livia.
Babbo! Ancora?
Guglielmo.
T'offendi? Io non ti capisco, non ti riconosco pi! Vuoi restare cos? Ma se non sai tu stessa quello che vuoi! Mi ringrazi cos d'aver tentato almeno di mettere le cose a posto?
Livia.
Eh.... Se avessi potuto metterle, a posto....
Guglielmo.
Ma se tu mi leghi le braccia! Oh bella! Se mi dici che non devo far nulla!
Livia.
Ebbene, guarda: Vuoi andare a trovarlo,  vero? Che gli dirai? Tornerai a ragionare con lui. Ma per quante cose tu possa dirgli, n con la ragione n con la forza potrai ottenere che egli abbandoni la figlia. Ripeto: qua, lui, figli, non ne ha. Dunque?
Guglielmo.
Ma qua lui ha la moglie, perdio! Non rappresenti dunque nulla, tu?
Livia.
S, la moglie, rappresentavo. Finch tu non l'hai messo al bivio: tra la moglie e la figlia. Se n' andato dalla figlia, vedi.
Guglielmo.
Oh, dunque. Tu vuoi ancora seguitare a soffrire, cos, senza scopo? Bene, senti, cara, accmodati! Io me ne vado. Ah, mi rivolta, capisci, questo spettacolo! Non posso sentirti parlare cos! Non sarei sicuro di me. La mia casa  aperta, lo sai. Quando ti parr, ci verrai. Vado a farmi subito le valige.
Esce furiosamente per l'uscio a sinistra. Livia resta in mezzo alla stanza: si copre il volto con le mani; sta un po' cos; finch, udendo picchiare all'uscio a vetri, in fondo, si scuote e cerca di nascondere le lagrime.
Livia.
Chi ?
La cameriera entra con un biglietto di visita in mano e lo porge a Livia, che lo prende e legge.
Di' che il padrone non c'.
La Cameriera.
Gliel'ho detto. Ma vuol parlare col padre della signora, dice.
Livia
resta un po' sopra pensiero, poi dice:
Fallo passare.
Entra poco dopo Cesare D'Albis.
D'Albis
dalla soglia:
Permesso?
Si fa avanti, s'inchina, porge la mano.
Oh, Signora.... Mi scusi se ho insistito.... M'hanno detto che Leonardo non c'.... Non importa. Basta che ci sia suo padre, perch veramente avrei bisogno di lui.
Livia.
S'accomodi, prego. Ma non so se mio padre.... in questo momento....
D'Albis.
Sa, mi premerebbe molto, proprio molto di vederlo.
Livia.
Scusi.... Lei viene forse da parte di Leonardo?
D'Albis.
Io? No. Perch?
Livia.
Ah, bene. Nulla. Aspetti un momento. Vado a vedere se mio padre....
D'Albis.
Permette? Volevo propriamente parlargli d'una cosa che.... s, pu anche interessare Leonardo, questo s; anzi l'interessa davvicino. Ecco, per il Ruvo, insomma.
Livia.
E.... lei non l'ha veduto?
D'Albis.
L'onorevole Ruvo? No.  stato qua?
Livia.
No, no. Prego, segga. Vado a chiamarle mio padre.
Esce per l'uscio a sinistra. D'Albis resta un po' sconcertato, fa un gesto come per dire che non capisce nulla. Sta un po' seduto, poi si alza e si reca a guardare i libri di uno scaffale. Sbuffa, torna a sedere. Entra poco dopo Guglielmo Groa.
Guglielmo.
Gentilissimo signore! Lei vuol parlare con me?
D'Albis.
Se non le dispiace, signor Groa. Due paroline. Lei ha fretta? Ho una gran fretta anch'io. Ecco.... una preghiera....
Guglielmo.
Comandi! s'accomodi!
D'Albis.
Troppo gentile, prego....
Guglielmo.
Lei  un uomo di spirito. Mi faccio meraviglia! Preghiera.... comandi. Cose che si dicono, caro signore. Non ne teniamo conto, per carit. Perch io, scusi, la fretta ce l'ho veramente. Si accomodi.
D'Albis.
Grazie.
Guglielmo.
Non c' di che, prego. Eccomi qua, tutt'orecchi.
D'Albis.
Leonardo, io non l'ho veduto.
Guglielmo.
E neanche io, caro signore!
D'Albis.
Glielo dicevo, sa? perch la signora.... non so.... mi ha domandato, se venivo da parte di lui....
Guglielmo.
Ah.... come, come? Lei viene per parlarmi di mio genero?
D'Albis.
No, no. Anzi.... le dico che non l'ho veduto....
Guglielmo.
Ah, benone! Perch, se permette, desidero di non parlarne affatto.
D'Albis.
C' forse qualche novit?
Guglielmo.
Niente. No. Affari miei. Scusi, in che potrei servirla?
D'Albis.
Ecco, s, lasciamo andare. Volevo domandarle, signor Groa:  stato dal Ruvo, lei?
Guglielmo.
Io? dal Ruvo? Nossignore. E perch dovevo andarci?
D'Albis.
Ma.... credevo che.... come amico....
Guglielmo.
Qua? Nossignore! Al paese!
D'Albis.
Come sarebbe a dire?
Guglielmo.
Qua non mi conosce. Laggi, al paese, siamo amici, amicissimi, e viene lui a trovar me. Io non so neppure dove stia di casa.
D'Albis.
Eh, via! Mi vuol dare a intendere adesso che se lei, dopo la vittoria di jeri, si recasse a congratularsi....
Guglielmo.
Ma me ne guardo bene, caro signore! Lei non mi conosce....
D'Albis.
Perch? Scusi.... Non vedo che male ci sarebbe....
Guglielmo.
Ma nossignore! Non ho questo vizio, creda pure!
D'Albis
ridendo sforzatamente.
Ah, lei  graziosissimo!
Guglielmo.
E abbia pazienza! Lui non ha bisogno delle mie congratulazioni, in questo momento; io, per grazia di Dio, tanto meno.... Dunque, perch? Per la patria? Lasciamo stare, caro signore. Piuttosto, facciamo cos: mi congratulo sinceramente con lei, che  stato suo strenuo paladino....
D'Albis.
Eh, gi.... eh! Lei ha un po' l'aria di canzonarmi?
Guglielmo.
Io? Nossignore....
D'Albis.
Ma tanto, sa? una canzonatura di pi, una di meno.... Purch poi mi faccia il favore che le chiedo. Questo  l'importante.
Guglielmo.
Ho capito, sa? Si tratta del Ruvo? Non ne facciamo niente.
D'Albis.
Permette? Mi lasci spiegare. Sono voci, ancora, voci, a cui non voglio credere.
Guglielmo.
Vuole un consiglio mio? Ci creda.
D'Albis.
Ma sa di che si tratta?
Guglielmo.
Nossignore. Ma lei ci creda, dia ascolto a me.
D'Albis.
Eh, no, scusi! Dopo tutto quello che ho fatto per lui, mi ripugna troppo!  infido, s, ha fama d'infido, ma con me, no; con me, se ne deve guardare! perch io posso farlo pentire. Egli mi conosce; e perci non credo ancora.... A ogni modo  meglio prevenire. Nell'interesse del giornale, e dunque nell'interesse anche di Leonardo....
Guglielmo.
Scusi tanto. La richiamo ai patti.
D'Albis.
Che patti?
Guglielmo.
Le ho detto che desidero di non parlare di mio genero.
D'Albis.
Ma ora si tratta d'affari....
Guglielmo.
Non m'immischio negli affari di mio genero.
D'Albis.
Anche quando, scusi, la condizione di lui potrebbe d'un tratto diventare tanto difficile che....
Guglielmo.
No! Niente, sa!
D'Albis.
Le conseguenze....
Guglielmo.
Ma se non voglio saperne!
D'Albis.
Glielo avverto, mi dispiace, ma io mi vedrei costretto, senz'altro, a rinunziare alla sua collaborazione, che non mi serve affatto.
Guglielmo.
E lo dice a me? Ma contentissimo, caro signore!
D'Albis.
Forse perch lei ignora....
Guglielmo.
Non ignoro. Giusto, anzi, per questo! Non mi faccia parlare, la prego!
Si alza. Entra dall'uscio in fondo Leonardo, pallidissimo, sconvolto.
Eccolo qua, del resto, il signor Arciani. Se la veda con lui.
Leonardo.
Caro D'Albis. Un momento di tempo. Il tempo di prendere dalla scrivania alcune carte, e andiamo via.
Guglielmo.
Non ce n' pi bisogno, sai!
Leonardo.
Come dice?
Guglielmo.
Dico che puoi restare, perch me ne vado via io. Parto fra mezz'ora, solo.
A D'Albis.
Caro signore, le auguro buona fortuna, e mi compiaccio d'averla conosciuta.
D'Albis.
Ma parte davvero?
Guglielmo.
Stavo a far le valige, quando lei  venuto. Non ho un momento da perdere.
A Leonardo guardandolo negli occhi:
Dunque, intesi, parto io.
Accostandosi al D'Albis piano:
Me ne scappo a rotta di collo, per riportarmi salva in questa valigetta
Si batte la fronte:
la mia piccola provvista di raziocinio. La riverisco, caro signore.
Via per l'uscio a sinistra.
D'Albis
a Leonardo:
Per carit, non me lo far partire! Almeno per oggi! Bisogna che vada dal Ruvo, assolutamente!
Leonardo
scrollando il capo e ridendo amaramente:
Tu capiti proprio al momento opportuno....
D'Albis.
Ma non c' un momento da perdere! Perch? Che cos'? Ti sei bisticciato?
Leonardo.
E tu.... liquidazione,  vero? Il Ruvo, arrivato, ti volta le spalle. Tu mi metti alla porta. Di bene in meglio!
D'Albis.
Ma non ti metto nient'affatto alla porta! Il momento  grave, certo! Siamo nella tempesta, e siamo come in una scialuppa. Bisogna ora dalla scialuppa arrampicarsi alla nave arrivata in soccorso miracolosamente. Bisogna che la fune ce la faccia gettare tuo suocero!
Leonardo.
Bella immagine, caro. Ma se fosse per impiccarmi, la fune.... Parte, lo vedi. Parte lui, dice. Dovevo andar via io. Questa non  pi casa mia.
D'Albis.
Ma va l! Che tragedie! Al solito! Non mi far ridere!... Queste sono stupidaggini! Con un suocero come quello? Con una moglie cos.... prudente...?
Leonardo.
Lascia.... Ti prego!
D'Albis.
Ma no, scusa! Sai a quanti parrebbe facilissima la vita, al tuo posto! Tu non sai vivere, caro!
Leonardo.
Eh, s, forse hai ragione.
D'Albis.
Non sai vivere! Che diavolo! Con un po' di.... s, dico.... di savoir faire.... C' bisogno di guastarsi cos? Ragazzate, via! E, quel che  peggio, guasti, anche a me, le uova nel paniere! Credi pure che in questo momento l'unica cosa seria ....
Leonardo.
Eh, lo so, il tuo giornale!
D'Albis.
Molto pi seria, certo, da qualunque parte la consideri!
Leonardo.
Eh, s, da una parte, almeno, per me....
D'Albis.
Su, dunque! Va' subito a far pace con tuo suocero. Quello  capace d'impartirti anche la santa benedizione. Lvagli di mano la valigia e spediscimelo dal Ruvo!
Leonardo.
Tu scherzi, caro.
D'Albis.
E tu mi fai rabbia! Io ho contato su te!
Leonardo.
Se non hai altro santo, amico mio....
D'Albis.
Ma perdio, pensa che ho pure fatto sacrifizii per te!
Leonardo.
Credi, D'Albis, non posso. Le cose sono arrivate a tal punto, che non posso, ti dico.
D'Albis.
Vuoi che t'ajuti io? Che mi metta io di mezzo per la pace?
Leonardo.
No, che! Impossibile.
D'Albis.
Oh va' l! Non ho tempo da perdere coi matti! T'avverto intanto che.... mi dispiace....
Leonardo.
E va bene. Ho capito.
D'Albis.
Se hai il gusto di rovinarti! Ti porgo la mano, per tirarti su: la respingi!
Leonardo.
Come devo dirti che non posso?
D'Albis.
E dunque, basta. Addio. Non ne parliamo pi. Resta.... resta pure. So la via. Addio.
Leonardo, esausto, sfinito, accompagna automaticamente il D'Albis fino all'uscio in fondo; poi ritorna; s'avvicina alla scrivania, apre il cassetto, ne trae alcune carte. Entra Livia dall'uscio di sinistra.
Leonardo
quasi tra s, stupito:
Livia!
Livia.
Mio padre t'ha detto di rimanere?
Leonardo.
Mi ha detto che partiva.
Livia.
Io vengo invece a dirti che, se a te non accomoda, puoi pure andare. Nessuno ti trattiene.
Leonardo.
Sono venuto soltanto per raccogliere le mie carte.
Livia.
Non intendi quello che voglio dirti. La risoluzione di mio padre non deve parerti un invito a rimanere qua.
Leonardo.
Tu non trattieni. Ho inteso. So che hai cercato anche d'impedire ch'egli s'intromettesse. E ho fatto anch'io di tutto, credi, per sfuggire alla discussione, alle sue domande che mi stringevano, mi torturavano; senza voler capire, per quanto io gli dicessi, che la sua discussione non poteva condurre che a questo. Ma non capisco pi perch egli parta, se tu sei venuta a dirmi che non mi trattieni.
Livia.
Parte appunto per questo, semplicemente, perch gli ho fatto intendere ch'era inutile s'adoperasse a trattenerti qua in modo diverso di prima.
Leonardo.
Ma dunque, se a te dispiace, per gli occhi del mondo, che io abbandoni la casa....
Livia.
No, no, ormai! L'hai gi abbandonata....
Leonardo.
Ma non sono stato, sai? dove tu credi.
Livia.
Non m'importa di sapere dove sii stato. So che la tua casa  ormai altrove.
Leonardo.
La mia casa?... Ma di' soltanto che non pu pi esser questa, se credi ch'io faccia un sacrifizio o una concessione a rimanere.... Io invece te lo dicevo anche per me.
Livia.
Ah, se  per te....
Leonardo.
Perch.... Io ti son tanto grato, Livia, del modo con cui hai guardato e seguiti a guardare il mio errore, del silenzio che hai saputo imporre al tuo sdegno, se non al tuo cordoglio.
Livia.
Ma non rimani, certo, col pensiero che io accetti la tua gratitudine?
Leonardo.
Oh, no! Deve sembrar cos poco a te, lo so, la mia gratitudine; ma  pur grande, credi,  la cosa pi viva e pi forte che io senta in questo momento.
Livia.
E non temi neppure che possa offendermi?
Leonardo.
No, no. Perch so che tu comprendi. Puoi disprezzarmi. Ma comprendi perch sono cos.  vero? Non puoi non comprenderlo, perch tu stessa mi vuoi cos.  vero?
Livia.
S.
Leonardo.
E ti par poco? Vorrei che tutti cos mi disprezzassero, ma comprendessero come te e mi lasciassero stare.... cos, come posso, come debbo, purtroppo.... Di questo appunto ti son grato. Ho inteso, sai? ho inteso il tuo grido....
Livia.
Che grido?
Leonardo.
A tuo padre.... l. Mi ha provato la commiserazione che sent per il mio castigo che dura, quando la colpa  finita. Io non ho casa, Livia! L ho soltanto.... tu lo sai....
Livia.
E come? Non ti basta?
Leonardo.
Che dici? Vuoi che mi basti? E come pu bastarmi?... Se tu sapessi....
Livia.
Credevo che non dovesse pi importarti di nulla.
Leonardo.
Ah, non  vero; non lo credi: tu lo sai che  il mio supplizio, e che non pu essere altrimenti.
Livia.
Tua figlia, il tuo supplizio? Ah, no, questo non lo comprendo davvero! E non comprendo anzi pi niente, adesso, se puoi dire cos.
Leonardo.
Oh, Livia! Ma come? Se non ho pi altro, io! Tutta la mia esistenza s' ristretta l, in quella bambina. Dovrebbe compensarmi di tutto,  vero? Ma come? Se io stesso non posso esser lieto per lei.... Lo capisci?... d'averla messa al mondo.... l.... dove non posso abbandonarla,  vero?
Livia.
Va bene! Ma questo, se qualcuno ti dicesse d'abbandonarla!
Leonardo.
Tu, no! Lo so, non me lo dici tu! Ma mia figlia non  qua, con te!
Livia.
E chi pu volere, l dov' tua figlia, che tu l'abbandoni?
Leonardo.
L? Che lo si voglia espressamente, no; ma che si creda che io finga, per stancar la pazienza, aggravando apposta le difficolt che mi opprimono, con lo scopo d'uscirmene, questo s. Ebbene: Padrone! Perch no? Finiamola pure! Ecco la porta! Capisci? Senza comprendere, come te, che io non posso. Magari potessi!
Livia.
Ti hanno dunque proposto d'abbandonare la bambina?
Leonardo.
Ma s! Tutto.... Perch io ormai.... che sono pi io?
Livia.
Ma come potrebbe lei provvedere?...
Leonardo.
Oh! Il suo lavoro frutterebbe meglio del mio, dice. E pu darsi, sai? pu darsi che sia vero! Perch il mio non merita compenso.... altro che di parole....
Livia.
Sar forse perch vede mancare alla bambina...?
Leonardo.
No. Sa, sa che io non invidio pi neppure chi pu attendere al proprio lavoro, al lavoro per cui  nato, di cui solo  capace, e ne abbia compenso, tanto che basti a farlo vivere, anche male.... M'arrabatto, fo di tutto, cerco di fare anche quello che non posso e non so fare.... quello che mi ripugna.... Ma, hai veduto? Oggi stesso, or ora,  venuto il D'Albis! Addio, caro! Non c' pi posto per te! Anche lui: Alla porta! Perch pretendeva che io mi servissi di tuo padre, ora!
Livia.
Di mio padre.
Leonardo
smarrito nell'eccitazione:
Oh, oh.... io parlo con te.... di queste cose.... Perdonami! perdonami! Ho smarrito il cervello!
Livia.
E vuoi seguitare cos?
Leonardo.
Perdonami, perdonami.... Come, altrimenti? Appunto perci t'ho detto che  il mio supplizio.
Livia.
Ma se lei ha potuto proporti di abbandonare la figlia....
Leonardo.
S. Ma come l'abbandono?
Livia.
Aspetta. Non ti dico d'abbandonarla. Lo sai. Voglio sapere se....
Leonardo.
Livia! Tu mi perdoni?
Livia.
Aspetta, aspetta. Dimmi questo: Ti vuole.... ti vuole bene, molto la.... bambina?
Leonardo.
Perch?
Livia.
Rispondi. Vuole pi bene a te o alla madre?
Leonardo.
Non so....
Livia.
Di pi alla madre?
Leonardo.
S, forse....
Livia.
Perch tu non le sei tanto vicino!
Leonardo.
Certo, s.... per questo....
Livia.
Ma se potessi invece averla sempre con te....
Leonardo.
Dove?
Livia.
Ma dico con te!
Leonardo.
Se fosse nostra, dici? Ah, non me lo dire! Qua, alla luce.... Come sarei felice! E lei, anche lei la bambina....
Livia.
Ah, s? Senza la madre?
Leonardo.
No, dico, se fosse tua! Se fosse tua, Livia!
Livia
oscurandosi e irrigidendosi come per un brivido spasimoso:
Potrei.... s, potrei anch'io volerle bene....
Leonardo.
Perch tu sei buona, lo so! tanto.... tanto.... Oh, Livia.... Tu mi hai perdonato,  vero? Mi perdoni?
Livia.
S.... zitto.... dimmi.... dimmi....
Leonardo.
Quanto t'ho fatto soffrire! E ancora.... Ma non ho potuto esaurire la tua bont....
Livia.
Basta, basta.... ti prego... dimmi....
Leonardo
seguitando, con foga:
Mi raccogli dall'abisso in cui sono caduto, per ricondurmi qua, presso te, buona, come a un rifugio di pace. Oh, Livia, e qua, anch'io, come te, l'ho desiderata, sai, l'ho immaginata.... l'ho sognata tante volte qua, nella nostra casa.... e che strazio!
Livia
con un che di felino involontario, quasi per accendere di pi lo strazio di lui e illuminare il suo:
 bella?
Leonardo.
S, tanto....
Livia.
Come si chiama?
Leonardo.
Dina.
Livia.
Parla?
Leonardo.
Parla, s....
Livia.
 bionda,  vero? Me la immagino bionda....
Leonardo.
S, si, bionda.... una testolina d'oro....
Livia
si torce all'improvviso, quasi spremendosi, dentro, il cuore:
Ah, nostra!
E si copre il volto con le mani.
Leonardo
con impeto:
No, no.... Povera Livia!  troppo,  troppo crudele.... Perdonami.... perdonami.
La abbraccia, le carezza i capelli, appassionatamente.
Livia
sentendosi mancare sotto la carezza, ma dominandosi a un tratto e quasi irrigidendosi imperiosa:
Qua tu non puoi pi rimanere, ora.
Seguita la concitazione d'entrambi per tutta la scena, rapidissima fino alla fine.
Leonardo
vinto, ebbro dalla passione:
No? Perch?
Livia.
Non voglio, non voglio.
Leonardo.
Ma non mi hai perdonato?
Livia.
S, s, ma ora devi andare.... via! via!
Leonardo.
Non mi vuoi? non mi vuoi? Perch?
Livia.
No, no.... Leonardo, va'! Qua tu non puoi pi rimanere come prima.
Leonardo.
Se tu mi hai veramente perdonato....
Livia.
Proprio per questo.... Va'....
Leonardo.
Ma io ti giuro, Livia....
Livia
forte, staccatamente:
No! Due case, no! Io qua e tua figlia l, no!
Leonardo.
E allora?
Livia.
Allora.... chi sa! Lasciami.
Leonardo.
Ma che pensi? Che vuoi dirmi?
Livia.
Lasciami per ora.... Vattene!
Leonardo.
Ma io non posso, se tu non mi dici....
Livia.
Non posso dirti nulla. Ti dico soltanto: Vattene, per ora.... Lasciami pensare. So quello che tu desideri....
Leonardo.
Te! te! Non desidero che te, Livia! Non desidero pi altro che te!
Livia.
Come? E tua figlia?
Leonardo.
No, te! te, soltanto!
Livia.
Lasciami.... basta.... no.... te ne scongiuro, Leonardo! Basta....
Svincolandosi.
Leonardo.
Neanche il segno del tuo perdono?
Livia.
No. Addio!
Gli porge la mano.
Leonardo.
Cos?
Livia.
S. Basta. Te ne prego.... te ne prego....
Leonardo.
Io non t'intendo....
Livia.
Devi intenderlo. Cos, n tu n io possiamo ora rimanere,  vero?
Leonardo.
E come, allora? Dimmelo!
Livia.
Chi sa! Lasciami riflettere.... Addio!
Leonardo le bacia forte, a lungo, la mano; poi le chiede con gli occhi un altro bacio. Livia risolutamente:
No. Va', va'....
Leonardo esce. Livia, appena sola, alza il volto raggiante; ma subito dopo, vinta dall'intensa commozione, si nasconde il volto con le mani, cade a sedere, scoppia in pianto.
TELA.

..
...

ATTO TERZO.
In casa di Elena. Umile stanza, destinata a pi usi. Due finestre laterali a destra, guarnite di vecchie tende; uscio comune in fondo; usciolo laterale a sinistra. Un canap d'antica foggia, qualche poltroncina, sedie impagliate, una credenza, un tavolino, uno scaffale con poca terraglia, uno stipetto, un telajo, ecc.
Elena sta seduta presso la finestra in fondo e cuce. Dina le siede vicino su la sua sediolina.
Dina.
E quando verr?
Elena.
Adesso. Era gi venuto. Tu dormivi.  andato a comperarti una bella cosa.
Dina.
Che cosa?
Elena.
Che volevi tu l'altro giorno? Che hai detto a babbo che ti portasse?
Dina.
La bambola, grossa grossa, cos.
Elena.
Non  vero. Gli hai detto la scatola con gli alberetti.
Dina.
E le memmelle.
Elena.
Le pecorelle, s.
Dina.
E la casina.
Elena.
S. Per fare la campagna.
Dina.
Mamma, raccontami la campagna.
Elena
con pazienza, ma distratta, e con quel tono da cantilena con cui si dice una cosa gi tante volte ripetuta:
Nella campagna c' tanti fiorellini....
Dina.
Rossi.
Elena.
Rossi. Ci sono poi gli alberi....
Dina.
Gialli. Fiorellini gialli....
Elena.
S, anche gialli.
Dina.
Le farfallette....
Elena.
Ah, gi. Su i fiorellini si posano le farfallette.... Vedi, cara, lo sai meglio di me!
Dina.
E come fanno gli uccellini?
Elena.
Cantano.
Dina.
Fanno, co, co....
Elena.
Cos.
Dina.
Nel nido?
Elena.
S. Aspettano che la mamma rechi loro l'imbeccata.
Dina.
Hanno fame?
Elena.
Fame, s.
Dina.
Non si dice fame. Appetito.
Elena
ridendo e baciandola:
Cara, gli uccellini, no: hanno fame, non hanno appetito.
Si sente sonare alla porta interna.
Dina.
Ecco babbo!
Elena
alzandosi, senza deporre il cucito:
S, vedi? Ha fatto presto.
Dina.
Vado io! Apro io!
Corre.
Elena.
Bada. Su la punta dei piedini.... Piano.... piano....
Dina, via di corsa per l'uscio in fondo. Pausa prolungata. Elena rimasta a cucire in piedi, non vedendo ritornare la piccina, domanda:
Chi ? Leonardo?
Su la soglia si mostra Livia Arciani, che tiene per mano Dina, la quale la guarda ammirata e confusa.
Livia.
Permesso?
Elena.
Scusi.... lei?
Livia.
Sono Livia Arciani.
Elena.
Voi!... Qua, Dina! Vieni qua! Vieni qua!
Livia
spingendo piano, delicatamente con la mano la piccina verso la madre:
Eccola, non temete....
Elena.
Ma come?... Voi qua?... Che volete da me?
Livia.
Ho bisogno di parlarvi.
Elena.
Parlare con me? Ma.... io non so.... Forse per conto di lui?
Livia.
Non per conto di lui. Con voi.
Elena.
E.... e a quale scopo?... Oh! se ha fatto questo....  indegno! Vi assicuro, signora,  indegno! Poteva risparmiarvi, e risparmiare a me, quest'incontro penoso.... e inutile.
Livia.
Sospettate sul serio che m'abbia mandata lui?
Elena.
Ma s, scusate! E non ne vedo la ragione, perch io stessa....
Livia pietosamente, con gli occhi e appena con la mano, accenna alla bambina che sta a sentire. Elena dapprima stordita, ma poi comprendendo il cenno e chinandosi su Dina:
S.... ah!  brutto.... Ma permettete ch'io mi ritiri con lei....
S'avvia verso l'uscio a sinistra.
Livia.
No, vi prego: con voi debbo parlare. Il vostro sospetto  ingiusto. Ve lo dimostro, se mi lasciate parlare.
Elena
a Dina.
Va' di l, cara, senti? Va' di l. Adesso mamma viene.
Accompagna la piccina all'uscio a sinistra; lo richiude.
Livia.
Intendo l'agitazione, la pena che la mia presenza deve cagionarvi. Ma invece d'ispirarvi un sospetto che non regge  ve n'accorgerete  vi dicano la violenza che ho dovuto fare a me stessa per venire da voi.
Elena.
Lo credo; ma potevate risparmiarvela, signora.
Livia fa cenno di no, col capo.
S, vi giuro; perch lealmente, vi giuro, io stessa....
Livia.
Non basta. So quello che volete dire. Non basta. Ve lo far riconoscere. Ma permettete.... permettete ch'io segga....
Elena
premurosa offrendole da sedere:
S, ecco, sedete, sedete.....
Livia s'abbandona a sedere; china il capo; si reca una mano alla fronte.
Voi soffrite....
Livia.
S. A parlare sopratutto.  uno sforzo.... come.... come se a ogni parola mi si debba staccare il cuore....
Elena.
Oh, comprendo....
Livia.
Forse no. Lo sforzo .... perch non trovo pi.... non sento come mia la mia voce.... un tono che mi sembri giusto. Non potete intendere. Ho troppo.... troppo taciuto; e, nel silenzio, troppo ascoltato la ragione degli altri.... la vostra.
Elena.
Ma io....
Livia.
Non credetemi capace di prestarmi a rappresentare la parte che avete sospettato.
Elena
guardando verso l'uscio in fondo:
Non lo vedo ritornare....
Livia
colpita:
Qua?
Elena.
S, e vedo che siete venuta voi in sua vece....
Livia.
Io l'ho visto uscire di qua, pochi momenti or sono.
Elena.
S. Con una scusa. Proprio con una scusa; fingendo d'aver dimenticato di comperare un giocattolo alla bambina.
Livia.
Ma dunque deve ritornare?
Si alza costernata.
Elena
con foga:
No, no, siate certa, state tranquilla, n ora n mai, signora! Non ritorner pi! E da me non avr pi nessuna molestia: potete dirglielo! E basta. Basta per me e per voi, signora.
Livia.
Ma, Dio, ma questa agitazione mia, dunque, quello che ho finito or ora di dirvi, non vi tolgono ancora il sospetto d'un ridicolo accordo tra me e lui? L'ho visto entrare, vi dico; poi uscire. Non potevo supporre che dovesse ritornare.
Elena.
Dovrebbe gi esser qui....
Livia.
Sar meglio allora ch'io vada. Non potrei parlare con voi, lui presente, come mi ero proposto. Ero venuta per parlare da sola con voi.... Non potreste impedire, in qualche modo?...
Elena.
Non so.... non saprei.... se veramente deve ritornare.... Ma se voi volete andare, state sicura che questa sar l'ultima volta che viene qua. Ve lo giuro su quello che ho di pi caro.
Livia.
Non  questo. Me l'avete detto e ripetuto. Non dubito della vostra parola. Gi conoscevo la vostra intenzione. E sono venuta anzi apposta per dirvi che non  possibile.
Elena.
Come!
Livia.
Non si tratta di questo!
Elena.
E di che altro allora?
Livia.
Ve lo dir. Pazienza s'egli mi trover qui. Sar pi difficile per me, e anche per voi con lui presente. Ma spero che anch'egli si persuader con voi.
Elena.
Non comprendo pi, proprio, quello che voi vogliate da me.
Livia.
Veramente, con la sola ragione non potrete, forse. Dovrei farlo sentire al vostro cuore, che forse comprender.... non subito, certo; ma forse quando la ragione avr finito di gridare contro di me. Ecco, s. Allora s, spero che il vostro cuore stesso v'imporr una sua pi profonda ragione, non pi contro me, ma contro voi stessa. A voi e a lui l'imporr. Perch gi a me l'ha imposta da tanto tempo. Ascoltatemi con pazienza, e credete, gi lo vedete, non ho nessun sentimento contrario per voi. La ragione per cui sono venuta senz'astio, senz'odio,  pi crudele, certo, dell'odio stesso, per voi. Ma non l'ho voluta io, non l'ho imposta io, questa ragione. Vi dite disposta,  vero? a troncare questa relazione?
Elena.
S, da un pezzo! Ma nessuna relazione pi, gi da un pezzo....
Livia.
Lo so....
Elena.
E per me, veramente.... Voi mi vedete, signora. Quando una donna si riduce cos.... Non potete giudicare forse, perch non mi avete conosciuta prima.... dico prima che tante sventure, un matrimonio disgraziato, la miseria, la morte di mio marito mi.... mi distruggessero cos. Ho potuto chiedere ajuto.... ajuto di denaro, all'uomo che mi conobbe un'altra! Voi lo sapete....
Livia.
S, s, so tutto.
Elena.
Ch'ero stata sua fidanzata?
Livia.
S.
Elena.
E che ruppi io, allora, il fidanzamento? io, per niente, per un puntiglio, per orgoglio.... perch non tolleravo nulla. Ebbene, a tutti tranne che a lui avrei dovuto chiedere ajuto! Se l'ho chiesto a lui, signora, potete esser sicura che nulla pi di vivo poteva esserci in me, da farmi provare poi un piacere in ci che, dall'incontro con lui dopo tanti anni, purtroppo  seguto. Come, io stessa non lo so. Forse perch ci che fummo, rimane sepolto in noi. In un momento, dagli occhi che s'incontrano, pu essere rievocato. Illusione d'un momento. Che gioja pu dare ci che  morto da tanto tempo, schiacciato sotto il peso dell'avvilimento, dei bisogni, della stanchezza? Tutto finito, quasi prima di cominciare. Se non si fosse dato il caso.... la sciagura pi grande.... quella bambina....
Livia.
Ecco. La bambina.
Elena.
Ma da un pezzo, vi dico, io stessa, tante volte, tante volte gli ho proposto di finirla.
Livia.
E come? Avete ricordato la bambina. Come dite ora, finirla?
Elena.
Perch? Io non so.... dico finirla, come si finisce.... non vederci pi....
Livia.
Ma dunque pretendete?...
Elena
subito:
Nulla! Vi assicuro. Proprio nulla! Non pretendo nulla io....
Livia.
Vi pare cos. Ma come non pretendete nulla? Pretendete da lui, invece, l'impossibile.
Elena.
Perch? Io non so.... Se egli vuole....
Livia
pronta:
Vuole.... che pu voler lui? Riconciliarsi con me? Questo s, lo vuole. Ma voi appunto gliel'impedite.
Elena.
No! io, no! io, anzi....
Livia.
Aspettate. Lasciatemi dire. Non pretendete da lui un sacrifizio, che certo voi, da parte vostra, non vi sentite di fare? Sarebbe possibile a voi rinunziare....
Elena.
Ma s! A tutto!
Livia.
Alla figlia?
Elena.
No! Che c'entra mia figlia? Io dico che rinunzio a tutto, appunto per questo. Non voglio nulla; mi tengo mia figlia; me n'andr via di qua, lontano; e basta! Dite di no? Egli si riconcilia con voi.... Non basta? E che altro vorreste?
Si alza, torbida, guatandola.
Che vorreste voi dunque da me? Siete forse venuta qua...?
Livia.
Non vi turbate, non gridate cos.... Non voglio nulla....
Elena.
E perch allora siete venuta, appena egli  uscito, e sapete che deve ritornare?
Livia.
Ma se vi ho detto che questo non lo sapevo!
Elena.
Lo sapete adesso!
Livia.
Ancora il sospetto? Calmatevi, vi prego. Non vedete come sono davanti a voi?
Elena.
E perch? Che aspettate allora? Aspettate lui, per essere in due?
Livia.
Ma no!
Elena.
Andate allora! Andate.... Che sperate? La mia bambina? Io grider ajuto, signora!
Livia.
Ma via, potete immaginare sul serio, ch'io voglia usarvi una tale violenza? Sono una povera donna come voi....
Elena.
Ditemi subito allora che volete, che siete venuta a fare qua!
Livia.
Ecco. Sono venuta a dirvi.... a dire a voi che vi dite pronta a rinunziare a tutto....
Elena
pronta, interrompendo:
Non alla figlia, per!
Livia.
Eppure lo pretendete da lui!
Elena.
Ma no, non pretendo nulla io! Egli vuol riconciliarsi con voi? Ebbene, rinunzii lui!
Livia
con forza:
Ma io non sono sua figlia. E io sola, vi faccio osservare, io sola finora, veramente, ho rinunziato a qualche cosa, a ogni mio diritto sull'uomo che voi mi avete tolto. Volete sapere perch? Ecco, sono venuta appunto per questo, per dirvi questo. Perch so bene che c' qualcosa qua, pi forte d'ogni mio diritto.
Elena.
Dite la bambina?
Livia.
La bambina, appunto.
Elena.
E non ho diritto io su la mia bambina?
Livia.
Ma certo! Chi pu negarvelo? Il vostro diritto di madre. Ma non dovete guardare a questo soltanto, come io non guardo pi al mio, di moglie. Pensate che voi dite mia figlia,  vero? come se fosse vostra soltanto. Ma anche lui dice mia figlia, e con lo stesso vostro diritto.
Elena.
E che pretendete con ci? Che intendete dire? Parlate chiaro! Ch'egli vorrebbe sua figlia? E ha mandato voi qua per farsela dare?
Livia.
Ma no che non vuole! Non pu volerlo.... finch non volete voi!
Elena.
Ah, dunque sperate ch'io voglia? Che ve la dia io, mia figlia? Siete venuta per persuadermi a darvela? Ma voi siete pazza, signora! Vi apparterr lui: la figlia mia non v'appartiene!
Livia.
Mi dite questo, come se io non fossi qua, appunto perch capisco questo! Ma io vi dico di pi: che non m'appartiene neanche lui, finch appartiene qua alla figlia che voi, a tradimento, gli avete data e che io non ho potuto dargli. Che volete di pi da me? Se appunto perch non  mia, vostra figlia; se appunto perch vostra figlia non m'appartiene, io ho rinunziato a ogni mio diritto di moglie, e riconosciuto che sopra a questo diritto, voi, qua, con la bambina, avete dato a lui un dovere pi forte? Dico un dovere, badate! Ascoltatemi, per carit. Voi non potete ascoltarmi, lo capisco. Ma restate ferma nella vostra volont di tenervi la bambina; va bene? E trovate la calma in questa volont per ascoltare una voce che ancora non avete udito. Non la mia! Non vedete in me la moglie, una nemica! Qui c' una necessit, che ormai s'impone a tutti, e nega a tutti ogni diritto: il mio; quello che pu aver lui su la sua bambina; quello che avete voi; per farci considerare invece il dovere, il dovere che ha lui verso la bambina, e il vostro, e il sacrifizio che questo dovere impone a tutti; anche a me, appunto perch l'ho riconosciuto. Ammetterete che io mi sono sacrificata per tanti anni, in silenzio, perch voi siete venuta a togliermi la pace. Ma ora  venuta la volta di voi due. Spontaneamente, no, certo: ma o lui o voi dovete pur fare il sacrifizio.
Elena.
Lui. Ve l'ho detto. Si riconcilia con voi. Lo faccia lui, per voi. Io resto con mia figlia.
Livia.
Questo, vedete, se si trattasse di scegliere tra me e voi. Ma non si tratta di noi, come non si tratta di lui, del suo bene. D'un sacrifizio, qui si tratta, ch'egli non pu fare....
Elena
interrompendo:
E vorreste che lo facessi io?
Livia.
Aspettate: dico che lui non pu farlo, precisamente come non potete farlo voi, finch vedete me, lui, voi stessa, il vostro affetto....
Elena.
E come no? Il mio affetto.... Non dovrei vedere il mio affetto per mia figlia?
Livia.
Finch lo vedete, io dico, come un bene per voi, e non per vostra figlia; finch insomma non considerate quale sacrifizio, se quello del padre cio o il vostro, sia pi utile per il bene, per l'avvenire della vostra bambina.
Elena.
Ma che dite? Come c'entra questo? Mia figlia.... E potrebbe mia figlia aver bene senza di me? Via! Lasciate stare la bambina, non mi parlate del suo bene! Voi volete riavere vostro marito. Dite cos. Siate sincera!
Livia.
Non pretenderei nulla, oltre quello che mi spetta, se mai. Ma non  vero, non lo pretendo, perch so di non poterlo pretendere, se egli ha qua con voi la figlia, che non pu lasciare. Non  pi soltanto mio marito, per me, se poi  padre qua.
Elena.
Ma io sono la madre!
Livia.
Certo! E come voi amate la vostra figliuola, anche lui la ama, e anche lui vorrebbe averla con s, come volete averla voi. I vostri diritti sono pari, vedete? finch si parla di diritti. E appunto perch il suo  pari al vostro, egli deve stare con voi qua, dov' sua figlia.
Elena.
Perch stare con me? Pu venire qua a vederla! Verr per sua figlia. V'ho detto che non viene pi che per lei. Potete star sicura.
Livia.
Potrei, s, potrei anche star sicura. Ma vedete che cos non si risolve nulla.
Elena.
E che volete da me? Niente, allora! Non si risolva nulla. La bambina  qua. Se egli vuole, venga e la veda. Ma la bambina deve stare con me. Gliel'impedirete voi, non io!
Livia.
Ma non capite che il male  questo? Il vero, l'unico male che voi due avete fatto, non a me; lasciate star me; ma alla vostra stessa bambina, nata qua, dalla vostra colpa? Questo male appunto, questo, d'esser lui padre qua e voi madre, questo, vuole ora un sacrifizio che nessuno dei due vuol fare; non per me, non per me; io non parlo per me; io mi sono messa da parte; ma per la vostra bambina! Considerate che cosa varrebbe il sacrifizio di lui, ammesso ch'egli volesse farlo, che cosa varrebbe per il bene di lei, che dovrebbe pure essere il vostro e il suo bene!
Elena.
Vi preme dunque tanto il bene della mia bambina? Pi che a me, pi che a lui!  curioso! Voi volete per forza un sacrifizio che pure vedete impossibile per lui e per me. Dite ch'egli non pu o non vuol farlo, e volete che lo faccia io.... Ma come? E poi perch, questo sacrifizio, se tutto finisce? Voi vi potete ripigliare vostro marito. Io ho la bambina; non voglio nulla; non chiedo nulla. Se egli vuole qualche volta, pu venire a vederla, e basta. Il bene della bambina? Ma lasciate stare, vi ripeto! Ci penso io! Perch volete darvi questo pensiero?
Livia.
Ma se per lei ho sofferto il supplizio pi crudele che una donna possa soffrire!
Elena.
Perch non avete figli, voi?
Livia.
Per questo, s, s, per questo! Lo sapete dire!
Elena.
Non avete figli e vorreste la mia? Dovreste esser voi la mamma?
Livia.
Io? La mamma? Che dite! Come lo dite? Ma sarei la schiava, io, della vostra bambina! non la mamma! Non capite ancora, non sentite, che sono qua vinta davanti a voi? Che vincete voi, se fate il sacrifizio; voi, non in voi stessa, ma in ci che dovrebbe starvi pi a cuore: la vostra bambina? la vostra bambina che m'avrebbe schiava, in continua adorazione; perch  lei sola, lei sola che mi manca; e tutta me stessa, io le darei, e avrebbe tutto, tutto con me, un nome, il nome di suo padre, e uscirebbe da quest'ombra, e l'avvenire pi bello avrebbe, un avvenire che voi, perdonate, con tutto il vostro amore non potreste mai darle!
Elena.
Oh Dio... oh Dio.... ma  una follia questa! La volete voi, dunque, voi, mia figlia? per voi la volete, non per lui?
Livia.
Ma perch non voglio lui, il marito, io! Io ho sofferto per lui, padre qua! E soltanto per questo ho avuto considerazione; tanta, che ve l'ho lasciato qua, e sono pronta a lasciarvelo ancora. Qua, qua con voi, s! Il padre, il padre voi dovete darmi, perch egli ora con me non pu pi ritornare se non cos, padre! Vi sembra una follia questa? Non sono folle, no; e se pure fossi, chi m'avrebbe fatto impazzire? Vorreste fare come se tutto ci che  accaduto non fosse accaduto? Come se non l'aveste commesso il delitto di prendere a una donna il marito, e di dare a questo marito una figlia? Per me  questo il delitto! Voi mi volete ridare il marito, ora. Ma non potete pi, perch egli non  pi soltanto mio marito ora;  padre qua, lo capite? e questo, questo soltanto io voglio; perch possa dargli a mia volta tutto quello che ho, per la sua bambina: tutta me stessa alla sua bambina, per cui ho pianto e mi sono straziata; e io sola, io sola potr dare a lei quello che voi non potrete mai: la luce vera, la ricchezza, il nome di suo padre!
Elena.
Voi farneticate, signora! Le ho dato la vita, io, il mio sangue, il mio latte le ho dato! Come non pensate a questo?  uscita dalle mie viscere!  mia!  mia! Che crudelt  la vostra? Venirmi a chiedere un tale sacrifizio in nome del bene della mia figliuola?
Si ode dall'interno la voce di Leonardo.
Leonardo
dall'interno:
La porta aperta?
Elena
con un grido:
Ah, eccolo!
Chiamando, accorrendo:
Leonardo! Leonardo!
Leonardo si presenta su la soglia con un involto in mano. Elena afferrandolo per un braccio e additandogli Livia:
Guarda! Guarda!
Leonardo
guardando, oppresso di stupore, Livia, scura, taciturna:
Tu Livia, qua?
Elena.
 venuta per levarmi Dina! La vuole!
Leonardo.
Ma come, Livia? Tu....
Elena.
Dice che non vuol te, ma lei! lei!
Leonardo.
Senza dirmi nulla.... qua....
Elena.
Ma tu no,  vero? Tu no, tu non puoi volerlo!
Leonardo.
Zitta! Va', va' di l, tu....
A Livia:
Come hai potuto far questo?
Elena.
Si, diglielo, diglielo che non  possibile, a lei che non sa che cosa voglia dire! Mi ha parlato del bene della bambina a costo del mio sacrifizio, come se io non fossi la madre. Diglielo tu! Che  una crudelt!
Livia.
La vostra; non la mia.
Leonardo.
No, Livia: ti prego! Va', va' tu.... Andiamo via insieme....
Livia.
Insieme, no: se non comprendi perch io sia venuta.
Leonardo.
Ma s! Lo comprendo. Non posso per vederti qua!....
Elena.
Non sperate di mettervi d'accordo, ora!
Leonardo.
La senti? Non  possibile! Come vuoi ch'ella ce la dia!
Elena.
Mai! mai! Grider, badate, se non ve n'andate!
Leonardo.
Sta' zitta!  Livia, ti prego....
Livia.
Necessit non ammette pentimento. Non mi pento d'esser venuta.
Elena.
 follia la vostra, non necessit! Crudelt, crudelt....
Livia.
Incolpate a me la vostra colpa, che  stata per me assai pi crudele che non sia adesso la vostra sorte. Io vado. Ma pensate che l'unica soluzione, per quanto crudele,  questa che io sono venuta a proporvi.
Elena.
Per voi e per lui, oh s, lo credo bene!
Livia.
Non per me, per la vostra stessa figliuola.
Elena.
E io? Ma io? Voi vi mettete a posto tutti: tranquilli, felici, con la mia bambina. E come far io qui sola? La senti? Come rester io qui sola, senza Dina.... senza Dinuccia mia.... qui sola?
Leonardo
scattando:
No! no! Zitta! Basta!  mostruoso! Hai ragione! Non  possibile! Noi non possiamo separarci! Va', va', Livia, ti prego, va'.
Elena.
No: lei sola, no!... Tu.... tu con lei....
Livia
fiera, scostando Leonardo:
Egli resta qua: dov' sua figlia. Sola  poich non volete restar voi  rester io. Non potrete pi cos negare il male che m'avete fatto, e che io volevo pagar col bene della vostra figliuola. Addio.
Esce. Leonardo si copre il volto con le mani. Pensa.
Elena.
Va', va' a raggiungerla....
Leonardo
con ira:
Zitta!  finita.
Altra pausa.
Elena.
Ma come potevo io?...
Leonardo.
Basta, Elena! Capisci che in questo momento non posso pi sentirti parlare? T'ho dato ragione. Basta!
Elena.
Ma va' con lei tu, va', te ne supplico!
Leonardo.
Non l'hai sentita? Basta ora. Basta per sempre.  finito tutto.
Elena.
Ma perch lei... perch lei...?
Leonardo.
Ti proibisco di parlarne ancora! Non voglio saper pi niente.  finito tutto. Basta.
Ancora una lunga pausa.
Dina
dall'interno, dietro l'uscio a sinistra:
Babbo, apri? Sei venuto?
Leonardo.
La bambina!
Elena
balza, apre l'uscio; si toglie tra le braccia la bambina.
Figlia mia! figlia mia! figlia mia! Ma che.... ma che.... come potrei darvela?
Dina
volgendosi al padre, tendendogli le braccia:
Babbo.... babbo....
Elena.
Vuoi andare col babbo tu?
Dina.
S.... babbo....
Elena.
Per sempre col babbo?
Leonardo.
Elena!
Elena
posando a terra la bambina e chinandosi su lei, senza lasciarla:
Senza la mamma? No, no,  vero? Dinuccia mia non pu stare senza la mamma....
Leonardo.
Ma su, alzati.... Vedi? la fai piangere....
Elena.
 vero?
Dina.
Babbo, e la campagna?
Leonardo.
Ah, la campagna, s....
Prende dal tavolino l'involto.
Eccola qua, vedi? te l'ho portata.... Una bella, bella campagna....
Dina
fremendo:
S.... s.... a me! a me!
Leonardo.
Aspetta.... vieni, vieni qua...
Svolge l'involto.
Con tante tante pecorelle.... tanti alberetti....
Siede; si prende Dina tra le gambe; apre la scatola.
Adesso ti fo vedere.... ecco....
Dina
battendo le mani, convulsa:
S.... s.... uh, quante memmelle!
Leonardo.
Dieci! venti! E c' anche l'erba.... vedi? vedi quanta?
Dina.
S.... s....
Leonardo.
E adesso la stenderemo qua.... qua, ecco, dentro il coperchio, eh? e vi faremo reggere in piedi tutte queste memmelle che si mangiano l'erba... Eh, vuoi?
Dina.
S, s.... E il pastore?
Leonardo.
Eccolo qua, il pastore.... Vedi? col turbante....
Dina
delusa:
Uh, senza gambe?
Leonardo.
Ma ha la tunica, vedi? Le gambe non si vedono.  un pastore vecchio, che sente il freddo.... e sta tutto coperto con questa tunica....
Dina.
Brutto.... Io lo volevo con le gambe, pap....
Leonardo.
Con le gambe.... gi.... Ma vedi, ha il bastone....
Dina.
Caccia le memmelle?
Elena
che sta seduta discosta, tutta aggruppata, con un gomito sul ginocchio e il pugno sotto il mento, gli occhi assorti, aguzzi nel vuoto:
Diceva del nome, sai?
Dina.
Con questo bastone le caccia?
Leonardo
cupo, a Elena:
Che nome?
Dina.
Pap, come le caccia?
Elena.
Che tu potresti darle il tuo nome....
Dina.
L'ha su la spalla il bastone! Come fa a cacciare le memmelle?
Leonardo.
Ecco, cara, vedi? col bastone....
Elena.
Lei acconsentirebbe....
Dina.
E dove lo metti, pap?
Leonardo.
Ah.... Dove vuoi che lo metta?
Dina.
Qua, qua dietro le memmelle.... Uh, cascano, pap.... Questo  il cane?... Oh.... il cane.... guarda, pap....
Leonardo.
S, s, il cane.... Aspetta, ce ne dev'essere un altro.... Eccolo qua!
Dina.
Bello, s.... Due! due!
Elena.
Ma, come? per adozione,  vero?
Leonardo.
Non tormentarmi, Elena! Basta, ti ho detto!
Dina
sgomenta:
Non me la vuoi fare la campagna, pap?
Leonardo.
Ma s che te la voglio fare, come no? se stiamo qua a farla.... Una campagna ti far.... bella.... da starci dentro, da andarci a spasso e non pensare pi a niente, a niente. Ecco, con questi alberetti, vedi?
Dina.
Oh, gli alberetti! E la casina.... uh, due! due casine!...
Leonardo.
Slamo ricchi, vedi? Due casine.... E tutti questi alberetti.... e tante memmelle.... due cani.... il pastore....
Dina
battendo le mani:
Siamo ricchi! siamo ricchi!
Elena
ferita dall'allusione, scoppiando a piangere:
Ricca.... s, ricca.... sarebbe ricca.... Ma io?... ma io?...
Leonardo.
Che cos'? Piangi? Io scherzo qua con la bambina....
Elena.
Per avvelenarmi....
Leonardo.
Io?.... Io ho detto cos.... per ischerzo, per rispondere a Dina....
Elena.
L'ha detto lei che sarebbe ricca.... e certo.... con che altri giocattoli.... ricchi! ricchi! figuriamoci! la faresti giocare tu, allora....
S'appressa alla bambina.
Non pi con queste brutte memmelle qua, Did, non con questo pastore vecchio senza gambe.... Li avresti d'oro, Did.... ma non avresti pi la mamma.... la mamma tua....
Leonardo.
Vuoi finirla? Son discorsi codesti da fare alla bambina? Io sto scherzando.... Vieni qua, Dina.
Si prende la bambina.
Vieni qua; la mamma  cattiva. Noi vogliamo fare la campagna, qua, siedi.... La stenderemo qua sul tavolino.... Vuoi stare in piedi su la seggiola? Ecco, cos.... Qua sul tavolino.... l'erba.... le due casine.... un cane lo mettiamo qui di guardia, vuoi?...
Dina.
S.... s.... che abbaja....
Elena.
Vuol essere questo, lo so, d'ora in poi, il vostro disegno.... Farmi sentire questo peso.... stancarmi.... schiacciarmi....
Leonardo
a Dina.
Ecco, vedi.... qua le memmelle, in fila, quattro dietro, tre avanti, poi altre due, e una avanti a tutte, che apre la marcia.... no, aspetta: il cane.... l'altro cane avanti a tutte.... cos? eh? il cane apre la marcia....
Dina.
Col pastore!
Leonardo.
No, il pastore dietro... Cos....
Dina.
E gli alberetti ora!
Leonardo.
Ora metteremo anche gli alberetti....
Elena.
Oppure quell'altro disegno.... Era perfetto! L'aria di sacrificarsi.... di rinunziare a tutto.... Stavo ancora a sentire che cosa volesse.... Non voleva niente, e voleva tutto!
Leonardo
a Dina:
Ecco fatto.... vedi? Tutto a posto ora....
Poi a Elena, calmo, piano, volgendosi appena:
E chi voleva tutto, che ha avuto poi? Come se n' andata, chi voleva tutto?
Elena.
Ma perch non te ne vai tu con lei? Io voglio che tu te ne vada! Te l'ho detto, te n'ho supplicato! Non posso vederti qua! Non lo capisci? Non voglio! Vattene! Vattene!
Leonardo
fosco, balzando in piedi:
Ah, perdio! Ancora?
Con scatto fulmineo, abbrancando la bambina:
Mi di Dina?
Elena
accorrendo per afferrarsi alla bambina:
No! Che dici? No! no!
Leonardo.
E allora, smttila, scstati, e non arrischiarti di dirmi un'altra volta: vttene! Vttene vuol dire darmi la bambina!
Elena.
Mai! Mai!
Leonardo.
E allora zitta! Io sto qua.
Pausa.
Elena
sordamente:
Cos volete arrivarci....
Leonardo.
Sono arrivato da un pezzo io, cara mia! E non ho pi dove arrivare.... Tu cominci a disperarti soltanto ora....
Elena
con impeto di rabbia:
Ma come posso darvela? Come posso darvela? Non posso!
Leonardo.
L'hai detto centomila volte! L'abbiamo inteso. Va bene. Restiamo cos.
Elena.
Ah, cos no! cos no! Non  possibile! Questa  una disperazione!
Leonardo.
Ma la di tu a me, la disperazione! Se l'ho cacciata via! Che vorresti di pi? Qua c' Dina ora, per me e per te. Basta.
Elena.
Per me non c' altri che Dina, ma per te c' lei, che t'aspetta....
Leonardo
con sdegno:
M'aspetta?
Elena.
S, sperando ch'io mi stanchi di vederti qua.... di soffrire la tua presenza.... e che un giorno....  no, ch'io te la dia, no!... ma con la scusa di mandarla a spasso con te, qualche mattina, te la lasci portar via.... No, sai? Non la far pi uscire con te!... Non lo sperare....
Leonardo.
E va bene! Vuol dire che resteremo qua in prigione, Did, senti? io e te, sempre.... ti piace, eh?
L'abbraccia e si dondola con lei, scandendo le parole e quasi cantando:
In prigione.... in prigione.... in prigione con pap....
Elena
risoluta, al colmo della disperazione:
Senti: io ora non posso; ma se tu te ne vai, ti prometto, ti giuro, che io stessa....
Leonardo
interrompendo:
No, cara, no. Niente promesse....
Elena
seguitando:
Ti giuro! appena ne avr la forza, vedi?.... appena mi sar convinta che veramente faccio il suo bene.... te la porter io stessa.... io con le mie mani....
Leonardo.
Ma se gi ne sei convinta!
Elena.
No! ora no! ora non posso! Ora tu vattene.... vattene per carit.... Appena potr, te lo giuro!
Leonardo.
Ora o non pi, Elena! Dammela.
Prende la bambina.
 meglio per lei
Elena.
Ora no! ora non posso! Gi.... lasciala!
Leonardo.
Non potrai pi! Non potrai mai!
Elena.
 vero!...  vero!
Mostrandogli la bambina.
Ma come dunque, cos?
Leonardo.
Cos.... che importa? cos....
Elena
contendendogliela:
No.... cos no.... aspetta!... aspetta.... un cappellino.... il cappellino, il cappellino almeno.... Voglio che sia bella.... aspetta.... aspetta....
Corre alla stanza a sinistra. Leonardo resta un momento, guarda obliquo, perplesso; poi, addietrando con la bambina in braccio, sparisce per l'uscio in fondo. Elena rientra col cappellino di Dinuccia in mano; vede la stanza vuota: non grida; comprende; poi corre alla finestra e vi si trattiene a lungo a guardare, a guardare; alla fine se ne ritrae muta, come insensata; mira con gli occhi attoniti, vani, la campagna della bimba stesa sul tavolino; siede presso il tavolino; s'accorge d'avere in mano il cappellino della bimba, lo contempla e rompe in singhiozzi disperati.
tela.
...
.
...
FINE.